L’impermanenza (anicca) di tutte le cose è una convinzione di fondo del Buddhismo theravada. Non c’è nulla, nell’ambito dell’esperienza spazio-temporale, che ‘ duri ‘ per più di un periodo di tempo relativamente breve, date le due eternità, passato e futuro, postulate (alla maniera delle Upanishad) anche dal Buddhismo. La teoria buddhista dell’esistenza, definita da Stcherbatsky come teoria del ‘ momento istantaneo ‘ deriva direttamente da quella convinzione. Secondo tale teoria, la realtà fisica o mentale è questione di frazioni di secondo infinitesimali, una sequenza lineare e temporale di macro-istanti di qui e ora in cui i fenomeni sensoriali della nostra esperienza appaiono e scompaiono come lampi. La realtà fisica non è altro che una serie di lampi, un divenire, piuttosto che un essere. Sia che pensiamo a questi ‘ momenti istantanei ‘, o a una
‘ lunga ‘ vita umana di un centinaio d’anni, o alla ‘ lunghissima ‘ vita dei deva (fatta di miliardi di anni umani), l’esistenza è sempre fugace. Ciò è vero tanto per il cosmo che per l’individuo: anche i mondi vanno e vengono, perpetuamente, senza sosta, e vengono distrutti inesorabilmente dal fuoco, dal vento e dall’acqua. Nulla di quanto è noto ai nostri sensi o alla nostra esperienza è affidabile o permanente, come il Buddha disse a Rahula:
“Cosa ne pensi, Rahula? L’occhio… le forme materiali… la coscienza visiva… il contatto con l’occhio, è permanente o impermanente? L’orecchio… il naso… la lingua… il corpo… la mente… gli stati mentali… la coscienza mentale… il contatto con la mente, è permanente o impermanente?”
“Impermanente, reverendo signore.”
Da qui gli deriva l’appropriato nome di samsara, un vero e proprio ‘ mare del mutamento ‘.
Nulla è permanente poiché tutto è privo di realtà (anatta). Qui la concezione buddhista dell’universo si discosta radicalmente dalle Upanishad. Sebbene, in linea di massima, gli autori delle Upanishad convenissero che l’esistenza è un perpetuo fluire, postularono due entità assolutamente permanenti, l’atman e il Brahman, che in fondo erano Uno, alla luce della cui assoluta permanenza fosse possibile considerare l’impermanenza un’illusione. Fin dal principio il Buddhismo rifiutò senza mezzi termini questo sostrato permanente. Nell’esperienza empirica non poteva assolutamente individuare una sostanza permanente, e non avvertiva l’esigenza di postulare una permanenza assoluta che facesse da sfondo al perpetuo fluire dell’esistenza e dell’esperienza spazio-temporali. Il Buddhismo negò una sostanza tanto alla dimensione fisica quanto a quella mentale, e in particolare a quest’ultima. Quell’atman che si voleva immutabile, e che percepiva il mutamento proprio in virtù della sua immutabilità, era per il buddhista una mera invenzione. A un’attenta analisi dell’esperienza soggettiva, esso risultava introvabile, e la presunta esistenza di un io non soggetto al mutamento era, nell’ottica buddhista, la causa profonda dell’asservimento dell’uomo al ciclo perenne del karma, cioè alle rinascite senza fine. E dal momento che a quest’io si dava più credito e attenzione nella sua manifestazione fisica, l’attacco portato dal Buddhismo antico all’esistenza dell’io era spesso un attacco all’individualità del corpo-mente.
è scritto in: La meditazione Theravada, Winston L. King, Ubaldini Editore – Roma, pp. 34/35
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