Peter Della Santina

L'ALBERO DELL'ILLUMINAZIONE

CAPITOLO VIII

KARMA

Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
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Passiamo ora a considerare due comuni concetti del buddhismo: karma e rinascita. Sono due concetti strettamente correlati tra di loro, ma siccome l’argomento è molto vasto, dedicherò a loro due interi capitoli, questo e il prossimo.

Sappiamo che i fattori che ci tengono prigionieri del samsara sono le afflizioni; esse sono ignoranza, attaccamento e avversione. Ne abbiamo parlato a proposito della Seconda Nobile Verità, la verità della causa della sofferenza. Le afflizioni sono qualcosa che abbiamo in comune con tutti gli esseri viventi, senza eccezione, sia umani che animali, o che vivano in dimensioni che non possiamo percepire.

Tutti gli esseri viventi sono simili per quanto riguarda le afflizioni, ma per il resto siamo tutti abituati a vedere che ci sono molte differenze tra gli esseri viventi. Per esempio, alcuni sono ricchi e altri poveri, alcuni sono forti e altri deboli e malati e così via. Vi sono grandi differenze tra i vari esseri umani, ma ci sono differenze ancora maggiori tra esseri umani e animali. Queste differenze sono il risultato del karma. Ignoranza, attaccamento e avversione sono comuni a tutti gli esseri, ma le particolari circostanze in cui ognuno vive sono gli effetti del suo karma personale, che condiziona la sua situazione individuale. Il karma spiega il perché alcuni sono fortunati mentre altri lo sono meno, alcuni felici e altri infelici. Il Buddha affermò chiaramente che le differenze tra gli esseri viventi sono dovute al karma. Ricorderete forse che una parte dell’esperienza del Buddha nella notte della sua Illuminazione riguardava la comprensione di come il karma determini la rinascita degli esseri, come questi migrino da felici a infelici stati e viceversa, in conseguenza del loro karma personale. Per cui è il karma che spiega le diverse situazioni in cui gli individui si trovano.

Abbiamo parlato di come funziona il karma, ora passiamo a vedere cosa esso è praticamente, cioè cerchiamo di definirlo. Forse è meglio cominciare col dire cosa il karma non è. Spesso la gente ha idee sbagliate sul karma, e soprattutto oggi in cui si usa questo termine piuttosto superficialmente. Troviamo delle persone che parlano in modo rassegnato di una particolare situazione usando l’idea di karma per poterla accettare. Quando si parla in questo modo del karma, esso diventa un mezzo di fuga e assume una forte somiglianza con la credenza nella predestinazione o fato. Ma questo non è affatto il significato corretto di karma. Può darsi che sia un malinteso sorto dall’idea di destino, comune a molte culture. Forse è a causa di questa diffusa credenza, che il concetto di karma è spesso confuso e offuscato da quello di predestinazione. Ma certamente il karma non è né fato né predestinazione.

E allora cos’è, se non è fato né predestinazione? Esaminiamo il significato della parola stessa: karma vuol dire “azione”, cioè l’atto di fare qualcosa. Da ciò deduciamo subito che karma non significa fato, ma piuttosto azione e, come tale il karma è dinamico. Il karma però non è solo azione, perché non è un’azione meccanica, né un’azione inconscia o involontaria. Anzi, il karma è un’azione intenzionale, conscia, deliberata, motivata da una volontà.

Come può questa azione intenzionale condizionare in bene o in male la nostra situazione? E’ possibile perché ogni azione deve avere una reazione o effetto. Nel campo dell’universo fisico questa verità fu enunciata dal grande fisico Newton, che formulò la legge scientifica che ogni azione deve avere una reazione uguale e contraria. Nella sfera dell’azione volontaria e della responsabilità morale, vi è una controparte a questa legge di azione e reazione che governa l’universo fisico, ed è la legge che ogni azione intenzionale deve avere il suo effetto. Per questo i buddisti parlano spesso di azione intenzionale e della maturazione delle sue conseguenze o di azione volontaria e dei suoi effetti. Perciò, quando parliamo di azione intenzionale e della maturazione delle sue conseguenze o effetti, usiamo la frase “legge del karma”.

Essenzialmente la legge del karma ci insegna che un certo tipo di azioni inevitabilmente portano risultati simili o corrispondenti. Prendiamo un semplice esempio per illustrare questo punto: se piantiamo un seme di mango, l’albero che ne risulterà sarà un mango, che poi darà frutti di mango. Se invece piantiamo un seme di melograno, l’albero che crescerà sarà un melograno e i suoi frutti saranno dei melograni. “Ciò che semini, raccogli”, cioè otterrai un risultato corrispondente alla natura delle tue azioni.

Allo stesso modo, secondo la legge del karma, se facciamo un’azione salutare, prima o poi otterremo risultati o frutti salutari, e se compiamo un’azione non salutare otterremo inevitabilmente un risultato non salutare o non voluto. E’ questo che si intende quando nel Buddhismo si dice che certe cause hanno certi effetti di natura simile alle cause. Ciò è molto chiaro in alcuni esempi di azioni salutari o non salutari e dei loro effetti corrispondenti.

Si capisce perciò, da questa breve introduzione generale, che il karma può essere di due tipi: buono o salutare e cattivo o non salutare. Per evitare malintesi su questi termini è utile considerare le parole pali originali per esprimere il cosiddetto karma buono o cattivo, cioè kusala e akusala rispettivamente. Per capire in che modo vengono usate queste parole, bisogna saperne il significato: kusala vuol dire “intelligente”, “idoneo”, “salutare”, mentre akusala significa “non intelligente”, “non salutare”, “non idoneo”. Da ciò deduciamo che nel buddhismo questi termini non sono usati nel senso di buono o cattivo, ma nel senso di intelligente e non intelligente, di idoneo e non idoneo, di salutare e non salutare.

In che modo le azioni sono salutari o non salutari? Sono salutari quando sono benefiche a se stessi e agli altri e quindi non motivate da ignoranza, attaccamento e avversione, ma da saggezza, rinuncia o distacco, o da amore e compassione.

Come sappiamo che un’azione salutare dà felicità e che una non salutare dà infelicità? Il Buddha spiegò che finché un’azione non salutare non produce sofferenza, lo sciocco la considera buona, ma quando dà il suo frutto di sofferenza allora capisce che la sua azione era non salutare. Allo stesso modo finché un’azione salutare non dà felicità, lo sciocco può pensare che sia non salutare; solo quando dà felicità capisce che l’azione era buona.

Dobbiamo giudicare se un’azione è salutare o non salutare dai suoi effetti a lungo termine. Per semplificare: o prima o poi le azioni salutari daranno felicità a sé e agli altri, mentre quelle non salutari risulteranno in sofferenza per sé e per gli altri. In particolare, le azioni non salutari da evitare sono quelle connesse con le cosiddette tre porte attraverso cui si agisce: il corpo, la voce e la mente. Ci sono tre azioni non salutari con il corpo, quattro con la parola e tre con la mente. Le tre azioni non salutari del corpo sono: uccidere, rubare, avere un comportamento sessuale scorretto. Le quattro azioni non salutari con le parole sono: mentire, parlare duramente, calunniare e fare maligni pettegolezzi; infine le tre azioni non salutari della mente sono: bramosia, rabbia e ignoranza o illusione. Evitando queste dieci azioni negative, ne eviteremo anche le conseguenze.

In generale, il frutto di queste azioni non salutari è la sofferenza che però può prendere varie forme. Il risultato ultimo è la rinascita in regni inferiori o regni di dolore: regno infernale, regno degli spiriti affamati e regno animale. Se il peso delle azioni negative non è così pesante da risultare in rinascite in regni inferiori, tuttavia il risultato sarà sempre sofferenza anche rinascendo come uomini.

Qui vediamo bene il funzionamento del principio cui alludevamo prima. Cioè di una causa che risulta in un effetto simile e corrispondente. Per esempio se abitualmente ci comportiamo con malevolenza e odio, uccidendo esseri viventi, ne risulterà una rinascita nell’inferno dove saremo continuamente torturati e uccisi. Se l’azione di uccidere non è abituale e continuata il risultato sarà una vita più breve anche se rinasciamo come esseri umani. Oppure questo genere di azioni può portare alla separazione da chi si ama, alla paura e perfino alla paranoia. Anche in questi casi vediamo che l’effetto è simile alla natura della causa. Uccidere accorcia la vita di chi si uccide, privandoli dei loro cari e cose simili e quindi se si uccide saremo esposti a subire la stessa esperienza in noi.

Allo stesso modo, chi ruba spinto da bramosia e attaccamento può rinascere come uno spirito affamato, privato di tutto ciò che vuole e perfino del necessario come cibo e riparo. E anche se il furto non risulta in una rinascita come spiriti affamati, risulterà in povertà, dipendenza da altri per il proprio sostentamento, e così via. Similmente, una condotta sessuale scorretta sfocerà in problemi matrimoniali.

Quindi, azioni non salutari producono risultati negativi sotto forma di vari tipi di sofferenza, mentre le azioni salutari portano risultati positivi o felicità. Possiamo interpretare le azioni salutari in due modi: positivamente o negativamente: si possono vedere come azioni che semplicemente evitano le azioni non salutari (uccidere, rubare, comportarsi male sessualmente, e il resto) o possiamo pensarle in termini di generosità, rinuncia, meditazione, rispetto, servizio, meriti, gioia per i meriti altrui, ascolto e insegnamento del Dharma e correzione dei nostri punti di vista sbagliati. Anche in questi casi, gli effetti dell’azione saranno simili alle cause. Per esempio la generosità avrà come risultato la ricchezza, ascoltare il Dharma risulterà in saggezza e così via. Le azioni salutari hanno risultati della stessa natura delle cause, e in questo caso salutari e benefici, come d’altronde le azioni non salutari hanno effetti non salutari, cioè della stessa natura delle azioni.

Il karma, però, sia negativo che positivo viene modificato dalle condizioni che portano al suo accumularsi. In altre parole, un’azione positiva o negativa ha più o meno peso a seconda delle condizioni in cui uno si trova. Le condizioni che determinano la forza o il peso del karma si dividono tra quelle che si riferiscono al soggetto, o esecutore dell’azione, e quelle che si riferiscono all’oggetto, cioè l’essere a cui le azioni sono dirette. Quindi le condizioni che determinano la forza del karma riguardano sia il soggetto che l’oggetto delle azioni.

Se prendiamo l’esempio di uccidere, l’azione ha una forza completa e senza attenuanti quando sono presenti cinque condizioni: 1. Un essere vivente; 2. La coscienza dell’esistenza di un essere vivente; 3. L’intenzione di uccidere un essere vivente; 4. Lo sforzo o azione di uccidere un essere vivente 5. La conseguente morte dell’essere. In questo esempio le condizioni si applicano sia al soggetto che all’oggetto dell’azione di uccidere: le condizioni soggettive sono la coscienza dell’esistenza di un essere vivente, l’intenzione di ucciderlo e l’atto di ucciderlo, mentre le condizioni obiettive sono la presenza di un essere vivente e la conseguente sua morte.

Ci sono anche cinque condizioni che modificano la forza del karma: 1. Continuità o ripetizione; 2. Intenzione volontaria; 3. Assenza di pentimento; 4. Qualità 5. Obbligo morale. Anche queste cinque condizioni si possono dividere in soggettive e obiettive. Le prime sono le azioni fatte ripetutamente, quelle con intenzione volontaria e determinazione e le azioni fatte senza pentimento e rimorso. Se compite una cattiva azione ripetutamente, intenzionalmente e senza rimorso il peso di tale azione aumenterà.

Le condizioni obiettive sono la qualità dell’oggetto, cioè dell’essere vivente a cui l’azione è diretta e l’obbligo morale, cioè la natura del rapporto tra soggetto e oggetto. In altre parole, se facciamo un’azione positiva o negativa verso qualcuno che ha qualità straordinarie, come un arahant o un Buddha, tale azione avrà un peso molto maggiore. Infine la forza di azioni positive o negative ha maggior peso quando sono rivolte verso quelli con cui abbiamo un obbligo morale, come parenti, maestri e amici che ci hanno fatto del bene.

Le condizioni soggettive e obiettive, prese insieme, formano il peso del karma. E’ un punto, questo, da tener presente perché ci aiuta a ricordare che il karma non è semplicemente una questione di bianco e nero, o buono e cattivo. Il karma è un’azione intenzionale e una responsabilità morale, ma la legge del karma si esprime in modo molto sottile ed equilibrato, così da far corrispondere, in modo giusto e naturale, l’effetto con la causa. Tiene conto di tutte le condizioni soggettive e obiettive che influenzano la natura di un’azione. Ciò assicura che gli effetti di un’azione siano corrispondenti e simili alla causa. Gli effetti del karma si possono avere a breve o a lungo termine. Tradizionalmente si divide il karma in tre categoria a seconda del tempo che ci vuole perché gli effetti si manifestino: in questa vita, nella prossima vita o solo dopo molte vite.

Quando gli effetti si manifestano in questa vita è possibile vederli in un tempo breve. Tutti noi li abbiamo visti e sperimentati. Per esempio, se una persona rifiuta di studiare, si dà all’alcool, alle droghe o comincia a rubare per comprarsi alcool o droghe, gli effetti si faranno sentire in breve tempo, con la perdita del lavoro, degli amici, della salute, ecc.

Noi non possiamo vedere l’effetto del karma a medio e a lungo termine, ma lo potevano il Buddha e i suoi discepoli principali che avevano sviluppato la mente con la meditazione. Per esempio, quando Moggallana fu aggredito dai banditi e andò dal Buddha grondante sangue, il Buddha poté vedere che quello era l’effetto del karma di Moggallana accumulato in una vita precedente. Sembra che avesse portato i suoi anziani genitori in una foresta e li avesse uccisi a bastonate e che poi avesse riferito che erano stati uccisi dai banditi. L’effetto di quella azione delittuosa, fatta molte vite prima, si era manifestata solo nella sua esistenza come Moggallana.

Al momento della morte dobbiamo lasciare tutto, sia i nostri cari che ogni bene; solo il karma ci seguirà come un’ombra. Il Buddha ha detto che né in cielo né in terra possiamo sfuggire al karma. Quando le condizioni, dipendenti da corpo e mente, sono presenti, gli effetti del karma si manifesteranno, così come, al momento opportuno, appariranno i frutti sull’albero di mango. Possiamo notare che anche nel mondo naturale ci sono effetti che si presentano più tardi di altri. Se piantiamo semi di melone raccoglieremo i frutti in tempi più brevi che piantando i semi di un albero di noce. Ugualmente gli effetti del karma si manifestano a breve, medio o lungo termine a seconda della natura dell’azione.

Oltre alle due varietà di karma, salutare e non salutare, va ricordato anche il karma inefficace o neutro. E’ un karma che non ha conseguenze morali, o perché la natura dell’azione è tale da non avere peso morale o perché l’azione è stata fatta involontariamente o senza intenzione. Esempi di questo tipo di karma sono camminare, mangiare, dormire, respirare, ecc. Anche le azioni involontarie hanno un karma inefficace, perché manca l’elemento basilare della volizione. Per esempio, se pestate un insetto della cui presenza siete completamente ignari, fate un atto dal karma neutro o inefficace.

Si può ben capire quali siano i benefici di una buona comprensione della legge del karma. Prima di tutto essa ci dissuade dal compiere azioni non salutari che hanno come risultato una sofferenza certa. Quando comprendiamo che durante tutta la vita ogni atto intenzionale produce un’azione corrispondente e simile, e una volta capito che prima o dopo sperimenteremo gli effetti delle nostre azioni, ci asterremo da un comportamento negativo perché non ne vogliamo sperimentare gli effetti di tali azioni. Ugualmente sapendo che azioni salutari hanno come risultato la felicità, faremo del nostro meglio per coltivare tali azioni salutari.

Riflettere sulla legge del karma, dell’azione e della reazione nella sfera dell’attività cosciente, ci spinge ad abbandonare le azioni negative e a coltivare quelle positive. In un altro discorso tratteremo specificamente degli effetti del karma sulle vite future e su come esso condiziona e determina il tipo di rinascita.