Peter Della Santina

L'ALBERO DELL'ILLUMINAZIONE

CAPITOLO IV

LE QUATTRO NOBILI VERITA

Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
La diffusione dei testi tradotti è consentita in qualsiasi modo tranne che a fini di lucro

In questo capitolo entriamo nel cuore dell’insegnamento del Buddha. Le Quattro Nobili Verità sono una delle strutture portanti delineate dal Buddha. Sotto molti importanti aspetti, virtualmente coincidono con la totalità della dottrina di Shakyamuni. La comprensione delle Quattro Nobili Verità è sinonimo di realizzazione del fine della pratica buddhista. Lo indicò il Buddha stesso quando disse che proprio l’incapacità a comprendere le Quattro Nobili Verità è la causa che ci fa correre così a lungo nel ciclo della nascita e della morte. La loro importanza è evidenziata dal fatto che il primo discorso del Buddha pronunciato per i cinque asceti nel Parco delle Gazzelle presso Benares, è il Dhammacakkapavattana sutta, che tratta delle Quattro Nobili Verità e della Via di Mezzo. Nella formulazione delle Quattro Nobili Verità abbiamo un estratto degli insegnamenti del Buddha, sia a livello teorico che pratico. Esse sono: la verità della sofferenza, la verità della causa della sofferenza, la verità della cessazione della sofferenza e la verità della Via.

Prima di passare a considerare le Quattro Nobili Verità singolarmente, vorrei portare l’attenzione su alcuni fatti che riguardano la loro formulazione generale . A questo proposito va ricordato che l’antica scienza della medicina godeva di un certo grado di sviluppo ai tempi del Buddha. Una delle formule fondamentali usate dai praticanti della scienza della medicina nell’India antica era basata su quattro aspetti: malattia, diagnosi, cura e medicina. Se considerate attentamente queste quattro fasi applicabili alla scienza della medicina, vi sarà chiaro che sono molto simili alla formula delle Quattro Nobili Verità: 1) la verità della sofferenza corrisponde chiaramente al primo elemento della malattia; 2) la verità della causa corrisponde altrettanto chiaramente all’elemento della diagnosi; 3) la verità della cessazione corrisponde al risultato della cura; 4) e la verità della Via corrisponde evidentemente al corso della terapia.

Quanto sopra per ciò che riguarda la natura terapeutica della formula delle Quattro Nobili Verità e la sua somiglianza con le formule usate dagli antichi medici indiani. Ora vorrei toccare un argomento che, sebbene concettuale, è molto importante per una corretta comprensione delle Quattro Nobili Verità. Quando Sariputta, che sarebbe diventato in seguito uno dei principali discepoli del Buddha, incontrò Assaji, uno dei cinque primi asceti che abbracciarono l’insegnamento del Buddha, gli chiese che tipo di dottrina praticava. Si dice che Assaji abbia risposto che non poteva dire molto su questi insegnamenti perché era da poco che li conosceva. Comunque Assaji cercò di riassumere brevemente quanto poteva degli insegnamenti del Buddha, dicendo: “Delle cose che provengono da una causa, il Tathagata ha parlato e anche della loro cessazione; così insegna il grande asceta”. Si dice che Sariputta sia stato talmente impressionato da questa parole di Assaji, che andò a cercare il suo amico Mogallana, anch’egli alla ricerca della verità, e i due andarono dal Buddha e diventarono suoi discepoli.

Il brevissimo sunto di Assaji sugli insegnamenti del Buddha ci dice molto sul concetto centrale che sta alla base della formula delle Quattro Nobili Verità. Indica l’importanza del rapporto tra causa ed effetto. Il concetto di causa ed effetto è l’essenza degli insegnamenti del Buddha ed è anche l’essenza della formula delle Quattro Nobili Verità. In che modo? La formula delle Quattro Nobili Verità comincia con un problema, cioè con la prima verità, quella della sofferenza. Il problema della sofferenza sorge da cause, cause espresse nella seconda nobile verità, la verità della causa della sofferenza. Esiste poi una fine della sofferenza espressa nella terza nobile verità, la verità della cessazione, e una causa che porta alla fine della sofferenza, cioè la Via che è l’ultima delle quattro nobili Verità. Nella quarta nobile Verità la causa è assenza o in altre parole, quando si eliminano le cause della sofferenza, l’assenza di tali cause è la causa della cessazione della sofferenza.

Se osservate più attentamente le Quattro Nobili Verità vedrete che si dividono piuttosto naturalmente in due gruppi. Le prime due verità, quella della sofferenza e della sua causa, appartengono alla sfera della nascita e della morte. Simbolicamente possono essere rappresentate da un cerchio, perché operano in modo circolare. Le cause della sofferenza producono sofferenza e la sofferenza, a sua volta, produce le cause della sofferenza, che di nuovo a loro volta producono sofferenza. Questo è il ciclo della nascita e della morte o samsara.

Le ultime due verità, la verità della cessazione della sofferenza e la verità della Via non appartengono alla sfera della nascita e della morte. Possono essere rappresentate dall’immagine di una spirale, in cui il movimento non è più solo circolare, ma è anche diretto verso l’alto, per così dire, verso un altro piano di esperienza.

Tornando per un momento al concetto di causa ed effetto nel contesto delle Quattro Nobili Verità, è chiaro che queste quattro verità hanno tra di loro un rapporto causale, all’interno dei due gruppi sopra menzionati: la prima delle quattro (la verità della sofferenza) è il risultato della seconda (la verità della causa), mentre la terza (la verità della cessazione) è il risultato dell’ultima verità (la verità della Via).

Se abbiamo presente l’importanza del rapporto tra causa ed effetto, a proposito delle Quattro Nobili Verità, credo che ci sarà più facile capirle. Similmente, rammentarci l’importanza del principio di causa ed effetto ci sarà di grande aiuto man mano che procediamo nello studio degli insegnamenti di base del Buddha, sia nel contesto di karma e rinascita che in quello dell’Origine interdipendente. In breve, troveremo che il principio di causa ed effetto è come il filo conduttore di tutti gli insegnamenti del Buddha.

Prendiamo ora in considerazione la prima nobile verità, la verità della sofferenza. Molti non buddhisti, ma anche qualche buddhista, trovano che la scelta della sofferenza come prima nobile verità sia allarmante, e indichi pessimismo. Dicono che una tale scelta indica pessimismo. Molte volte mi è stata rivolta la domanda del perché il buddhismo sia così pessimista. Perché sceglie di cominciare con la verità della sofferenza? Ci sono vari modi con cui rispondere a questa domanda. Cominciamo col considerare cosa vuol dire essere pessimisti, ottimisti o realistici. Supponiamo che qualcuno soffra di una grave malattia, ma rifiuta di riconoscere la verità della sua condizione. Il suo atteggiamento sarà ottimista, ma certamente è anche sciocco, in quanto preclude la possibilità di cercare una cura per la malattia. E’ un comportamento da struzzo, è un nascondere la testa sotto la sabbia per convincersi che non vi è pericolo. Se c’è un problema l’unica azione sensata da fare è quella di riconoscere il problema e prendere le misure necessarie per eliminarlo.

L’insistenza del Buddha sulla necessità di riconoscere la verità della sofferenza non è perciò né pessimista né ottimista: è semplicemente realistica. Inoltre, se il Buddha avesse insegnato solo la verità della sofferenza e si fosse fermato lì, allora forse ci sarebbe una qualche ragione di considerare pessimistico il suo insegnamento. Il Buddha cominciò con la verità della sofferenza e poi insegnò la verità sulla causa della sofferenza e, cosa ancora più importante, insegnò la verità della cessazione e il modo per giungere alla cessazione.

Sono certo che, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che c’è qualche problema nella nostra vita. Le cose non vanno come dovrebbero andare. Per quanto cerchiamo di sfuggire a questa evidenza può capitare che da un momento all’altro – forse nel mezzo della notte, tra la folla o semplicemente durante un qualsiasi giorno di lavoro - ci troviamo faccia a faccia con la realtà della nostra situazione. Capiamo che dopo tutto c’è qualcosa che non va. Questo riconoscimento spinge la gente a cercare qualche soluzione al problema fondamentale dell’infelicità e della frustrazione. Certe volte sono soluzioni solo superficiali, come il cercare di eliminare l’infelicità accumulando sempre più beni. Oppure la gente può cercare una soluzione ai problemi fondamentali della vita in varie forme di terapia.

Nel buddhismo, la verità della sofferenza può essere divisa in due categorie, che a grandi linee sono quella fisica e quella mentale. La sofferenza fisica include il dolore della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte. Forse ricorderete che nel capitolo terzo abbiamo detto che il principe Siddhartha entrò in contatto con la vecchiaia, la malattia e la morte, quando si era imbattuto in un vecchio, in un malato e in un cadavere. C’è una quarta forma di sofferenza, la sofferenza della nascita. La nascita è sofferenza, sia per il dolore fisico che il neonato sperimenta, sia perché è a causa della nascita che si sviluppano naturalmente tutte le altre forme di sofferenza, come la vecchiaia e il resto. La nascita è come la porta principale attraverso la quale passano tutte le sofferenze. Credo che non ci sia bisogno di dilungarsi sulla sofferenza della vecchiaia, della malattia e della morte. Tutti abbiamo visto la sofferenza della vecchiaia, l’incapacità di muoversi bene e di pensare coerentemente. Molti di noi hanno sperimentato personalmente la sofferenza della malattia e anche se siamo così fortunati da aver goduto di buona salute, abbiamo certamente visto la sofferenza di qualcun altro malato. E ancora, tutti abbiamo visto la sofferenza della morte, il dolore e la paura che la persona morente prova. Queste sofferenze sono parte integrante della vita. Per quanto felice e contento uno possa sentirsi in un certo momento, non potrà mai evitare per sempre di imbattersi nella sofferenza della nascita, vecchiaia, malattia e morte.

Oltre alle sofferenze fisiche ci sono poi quelle mentali: la sofferenza della separazione da chi ci è caro, la sofferenza di dover stare con chi non ci piace e la sofferenza dei desideri frustrati. Spesso, nel corso della vita, veniamo separati da persone o luoghi che amiamo. Problemi di lavoro o problemi nazionali a volte ci costringono a lasciare la nostra casa e coloro che amiamo. I cambiamenti e la morte ci possono separare da persone e luoghi che amiamo. Inoltre, nel corso della vita, spesso entriamo in contatto con persone e situazioni che avremmo voluto evitare, come ad esempio un collega o un nostro superiore sul posto di lavoro che ci sta antipatico. Una tale situazione può renderci la vita e il lavoro decisamente insopportabili. La sofferenza di dover subire ciò che non ci piace può prendere forme più evidenti, quali esperienze di inondazioni, incendi, carestia, persecuzione, guerra e altri disastri, naturali o provocati dall’uomo. Infine molti, o prima o dopo, sperimentano la frustrazione di desideri non realizzati, quando non riescono ad ottenere ciò che vogliono, sia esso un lavoro, una macchina, una casa o anche un partner.

Queste sofferenze fisiche e mentali fanno parte della trama stessa dell’esistenza umana. E la felicità? Non c’è alcuna felicità nella vita? Certo che c’è. Però la felicità che proviamo nel corso della vita è impermanente. Finché siamo giovani e sani possiamo trovare felicità in situazioni privilegiate o in compagnia della persona amata; eppure tutte queste esperienze felici sono condizionate e perciò stesso impermanenti. O prima o dopo proveremo sofferenza.

Ora, se vogliamo veramente risolvere il problema della sofferenza, se vogliamo ridurla e infine eliminarla, dobbiamo identificarne la causa. Se va via la luce e vogliamo eliminare il buio, dobbiamo identificare la causa del problema. E’ un corto circuito, una valvola saltata o è mancata l’elettricità generale? Allo stesso modo, una volta identificato il problema della sofferenza, dobbiamo risalire alle cause. Possiamo fare qualcosa per risolvere il problema solo se ne capiamo la causa.

Qual è, secondo il Buddha, la causa della sofferenza? Il Buddha ha insegnato che la vera causa della sofferenza è la bramosia. Ci sono vari tipi di bramosia: bramosia per esperienze piacevoli, cupidigia per cose materiali, bramosia per la vita eterna e bramosia per la morte eterna. A tutti piace il buon cibo, la propria musica preferita, una piacevole compagnia e così via. Quando abbiamo queste cose ne vogliamo sempre di più. Cerchiamo di prolungare queste piacevoli esperienze e di goderne sempre più spesso. Eppure, ci sembra di non essere mai veramente soddisfatti. Per esempio vediamo che, quando ci piace molto un certo cibo e ne mangiamo ripetutamente, presto ce ne stanchiamo. Proviamo a cambiare gusto; il nuovo cibo ci piace, ne godiamo, eppure dopo un po’ ce ne stanchiamo. Così continuiamo a cercare qualcos’altro. Ci stanchiamo anche della nostra musica preferita. Ci stanchiamo degli amici. Cerchiamo sempre qualcosa in più. Talvolta questa caccia alle esperienze piacevoli porta a forme di comportamento distruttivo, come con l’alcool e la droga. Tutto ciò rientra nella bramosia di esperienze piacevoli. Si dice che cercare di soddisfare la cupidigia di esperienze piacevoli è come bere acqua salata per smorzare la sete; in effetti non fa che aumentarla.

Non solo desideriamo piacevoli esperienze, ma anche oggetti materiali. Lo si può riscontrare chiaramente nei bambini, anche se tutti noi ne soffriamo. Portate un bimbo in un negozio di giocattoli e vedrete che vuole tutto quello che c’è nel negozio. Infine, convinto dai genitori, ne sceglie uno, ma appena ce l’ha, comincia subito a perdere interesse per esso. Dopo qualche giorno il giocattolo è abbandonato in un angolo e il bambino ne vuole un altro. Ma noi siamo veramente diversi dai bambini? Appena comprata una nuova macchina, non cominciamo forse a desiderarne subito un’altra migliore? Quando ci trasferiamo in una nuova casa spesso ci viene da pensare: “Questa casa va bene ma sarebbe meglio se ne trovassi una più grande, forse con il giardino, o con la piscina”. E così avviene per ogni cosa, che si tratti di una bicicletta, di un video-registratore o di una Mercedes.

Si dice che la bramosia di ricchezze e di cose materiali comporti tre tipi di problemi che causano sofferenza. Il primo è quello di ottenere quanto si desidera: bisogna lavorare parecchio, fare economie e rinunce per comprare una nuova macchina. Poi bisogna averne cura e proteggerla. Vi preoccupate che qualcuno possa danneggiare la macchina o che la nuova casa venga rovinata da un incendio, dal vento o dalla pioggia. Infine c’è il problema del rischio di perdere ciò che si possiede perché, o prima o dopo, tutto si rovina e noi stessi moriremo.

La cupidigia di esistere o di una vita eterna è anche causa di sofferenza. Tutti desideriamo esistere, vivere. Malgrado la sofferenza e le frustrazioni che proviamo, noi tutti vogliamo vivere ed è proprio questa bramosia che ci porta a continuamente rinascere.

Poi c’è il desiderio per la non esistenza, cioè il desiderio di annullamento, che potremmo chiamare il desiderio di una eterna morte. Questa cupidigia si esprime nel nichilismo, nel suicidio e altro. La bramosia di esistere è l’estremo opposto della bramosia di non esistere.

A questo punto, forse vi chiederete: “Basta il solo desiderio a provocare la sofferenza? Basta il solo desiderio a spiegare la sofferenza? La risposta è così semplice?” La risposta è no. C’è qualcosa di più profondo della bramosia, qualcosa che in un certo senso è la base stessa della bramosia, cioè l’ignoranza.

Ignoranza significa non vedere le cose così come sono, non riuscire a capire la verità della vita. Coloro che si considerano molto istruiti, possono offendersi al sentirsi dire che sono ignoranti. In che modo siamo ignoranti? Si sa che senza le giuste condizioni, senza il giusto addestramento e senza i giusti strumenti, non siamo in grado di vedere le cose come sono in realtà. Nessuno di noi si renderebbe conto delle onde radio se non ci fosse il ricevitore radio; né ci renderemmo conto dei batteri in una goccia d’acqua se non ci fosse il microscopio, o della realtà subatomica se non fosse per gli ultimi sviluppi tecnici del microscopio elettronico. Questi fatti del mondo in cui viviamo li possiamo osservare e conoscere solo perché ci sono particolari condizioni, addestramento e strumenti.

Quando diciamo che l’ignoranza non riesce a vedere le cose così come sono realmente vuol dire che, finché non sviluppiamo la mente e attraverso di essa la saggezza, rimaniamo ignoranti della vera natura delle cose. Conosciamo tutti la paura che si prova al vedere qualcosa di informe nel buio al lato della strada mentre si torna a casa la sera tardi. La cosa indistinta potrebbe benissimo essere solo il ceppo di un albero tagliato, ma l’ignoranza ci fa accelerare il passo. Forse i palmi delle mani cominciano a sudare e arriviamo a casa in preda al panico. Se la strada fosse stata illuminata non ci sarebbe stata paura né sofferenza, perché non ci sarebbe stata ignoranza circa la forma intravista nel buio. Avremmo visto il ceppo per ciò che è.

Nel buddhismo si parla di ignoranza circa la natura del sé, dell’anima o personalità. E’ l’ignoranza che porta a vedere il sé come qualcosa di reale. Ed è essa la causa principale della sofferenza. Crediamo che il corpo, i sentimenti e le idee siano un sé, un’anima, una persona. Crediamo che ci sia un ego reale, indipendente, così come prendiamo il ceppo per un potenziale assalitore. Una volta ammessa l’idea di un sé, sorge naturale l’idea di qualcosa separato e diverso da sé. E quando sorge il concetto di qualcosa di diverso da sé, automaticamente si guarda a questo qualcosa solo in funzione della sua utilità verso l’ego o della sua ostilità ad esso. Questi elementi della realtà concepiti diversi da sé sono quindi o piacevoli o spiacevoli, desiderabili o indesiderabili.

Dal concetto di un sé e di qualcosa al di fuori da sé, sorgono naturalmente cupidigia e avversione. Una volta che crediamo nella vera esistenza di un sé, nella reale esistenza indipendente di un’anima o persona divisa dagli oggetti che sperimentiamo come appartenenti al mondo esterno, vogliamo quegli oggetti che riteniamo utili e benefici ed evitiamo quelle cose che non riteniamo benefiche o che addirittura crediamo dannose. Siccome non siamo in grado di vedere che in questo corpo e in questa mente non c’è un permanente sé indipendente, non facciamo che alimentare l’attaccamento e l’avversione. Dalla radice dell’ignoranza cresce l’albero del desiderio, attaccamento, avidità, avversione, odio, invidia, gelosia e tutto il resto. Questo grande albero delle afflizioni emotive cresce dalla radice dell’ignoranza e porta i frutti della sofferenza. L’ignoranza è la prima causa della sofferenza mentre l’avidità, l’attaccamento, l’avversione e tutto il resto sono le cause secondarie o immediate della sofferenza.

Avendo identificato le cause della sofferenza siamo ora in grado di indebolirle e infine eliminarle. Come il fatto di identificare la causa di un dolore fisico ci mette in grado di eliminarlo, risalendo ed eliminando la causa, così quando identifichiamo la causa della sofferenza mentale, siamo in grado di diminuirla ed infine porre fine alla sofferenza stessa eliminandone tutte le cause, cioè ignoranza, attaccamento, avversione e così via. Questo ci porta alla terza delle Quattro Nobili Verità, la verità della cessazione della sofferenza.

Quando cominciamo a parlare della fine della sofferenza, il primo ostacolo da superare è il dubbio che sorge in alcune menti sulla reale possibilità di arrivare alla cessazione della sofferenza. Si può veramente porre fine alla sofferenza? C’è veramente una terapia? E’ in questo contesto che la fede o fiducia gioca un ruolo importante. Quando parliamo di fede o fiducia nel buddhismo non si intende una cieca accettazione di una certa dottrina o credenza. Piuttosto, fede significa ammettere la possibilità di realizzare lo scopo della cessazione della sofferenza.

A meno che non ci sia fiducia che il dottore possa curare un dolore fisico, non andremmo mai da lui, non cominceremmo a fare una terapia e potremmo quindi morire di una malattia che avremmo potuto curare, solo che avessimo avuto abbastanza fiducia da chiedere aiuto. Allo stesso modo, la fiducia è la possibilità di venire curati da una sofferenza mentale ed è un pre-requisito essenziale per intraprendere la pratica. Però potremmo obiettare: “Come posso credere alla possibilità del Nirvana (la completa cessazione della sofferenza e la suprema felicità) se non l’ho mai sperimentata?” Ma, come ho detto prima, nessuno potrebbe udire le onde radio se non fosse per l’invenzione del ricevitore radio e ugualmente nessuno potrebbe vedere la vita microscopica se non fosse per l’invenzione del microscopio. Anche ora molti di noi non hanno mai visto la realtà subatomica direttamente, eppure ne accettiamo l’esistenza perché ci sono alcuni di noi che l’hanno studiata e osservata con gli strumenti appropriati.

Allo stesso modo non dobbiamo respingere la possibilità di raggiungere la completa cessazione della sofferenza o Nirvana, solo perché non l’abbiamo sperimentata noi personalmente. Forse conoscete la vecchia storia della tartaruga e del pesce. Un giorno la tartaruga lasciò il laghetto per passare qualche ora sulla riva. Quando ritornò in acqua parlò al pesce della sua esperienza sulla terraferma, ma il pesce non le credette. Il pesce non poteva credere che esistesse la terraferma perché era una realtà completamente diversa da quella in cui lui viveva e che gli era famigliare. Come poteva esserci un posto in cui gli esseri camminano invece che nuotare, che respirano aria e non acqua? Ci sono molti esempi nella storia, di questa tendenza a rifiutare ciò che non si adatta a quanto crediamo o ci è famigliare. Quando Marco Polo tornò in Italia dall’Oriente fu imprigionato, perché i suoi racconti di viaggio non corrispondevano a quello che allora si credeva fosse la natura del mondo. E quando Copernico avanzò la teoria che il sole non gira intorno alla terra ma viceversa, nessuno gli credette e fu preso in giro.

Dobbiamo perciò stare attenti a non rifiutare la possibilità di porre definitivamente fine alla sofferenza (la realizzazione del Nirvana), solo perché non lo abbiamo sperimentato personalmente. Una volta accettata la possibilità che si può por fine alla sofferenza, che esiste una cura per il nostro male, possiamo cominciare a intraprendere i vari passi per realizzarla. Ma a meno e fino a che non crediamo alla possibilità di una cura, non vi è alcuna possibilità di portare a termine con successo la terapia necessaria. Quindi, per progredire nella Via e infine realizzare la completa cessazione della sofferenza, dobbiamo avere perlomeno la fiducia iniziale di poter raggiungere questo scopo.

Quando parliamo della terza nobile verità, la verità della cessazione della sofferenza, ci riferiamo allo scopo stesso della pratica buddhista.

Una volta il Buddha disse che, per quanto vasto fosse l’oceano, aveva un solo sapore, il sapore del sale, e così anche i suoi insegnamenti, sebbene multiformi e vasti come l’oceano, hanno un unico gusto, quello del Nirvana. Come vedrete, ci sono molti aspetti negli insegnamenti del Buddha (le Quattro Nobili Verità, le tre vie di pratica, l’origine interdipendente, le tre caratteristiche, ecc.) ma tutte hanno un solo scopo in vista, la cessazione della sofferenza. E’ questo traguardo che dà significato e direzione ai vari aspetti dell’insegnamento buddhista.

La fine della sofferenza è lo scopo della pratica buddhista, eppure la cessazione della sofferenza non è esclusivamente trascendente o ultramondana. E’ un punto, questo, piuttosto interessante. Se consideriamo, per esempio, il traguardo finale delle religioni semitiche, cioè il cristianesimo, il giudaismo e l’islam, vediamo che ci sono due traguardi. Uno si ottiene in questa vita e in questo mondo, costruendo un regno d’amore, di prosperità e di giustizia qui e ora; l’altro, più eccelso, consiste nell’entrare in paradiso alla fine di questa vita. Nel buddhismo lo scopo della pratica ha una maggiore ampiezza. La cessazione della sofferenza di cui parlò il Buddha ha uno scopo molto ampio. Quando parliamo infatti della fine della sofferenza nel buddhismo possiamo vederla come: 1) fine della sofferenza qui e ora, sia temporaneamente che in modo permanente; 2) felicità e fortuna nella prossima vita; e/o 3) l’esperienza stessa del Nirvana.

Vediamo di spiegarci più dettagliatamente. Supponiamo di essere nella miseria più nera, con insufficienti cibo, alloggio, vestiario, medicine, cultura, ecc. Queste condizioni costituiscono già di per sé sofferenza, come lo sono la nascita, la vecchia, la malattia, la morte, la separazione da ciò che si ama, ecc. Quando si migliora la situazione qui e ora, aumentando gli standard di vita, la sofferenza diminuisce. Il buddhismo insegna che la felicità o sofferenza che sperimentiamo individualmente in questa vita non sono che la conseguenza delle azioni che abbiamo compiuto nelle vite passate. In altre parole, se ora godiamo di buone condizioni, questa fortuna è il risultato di buone azioni compiute in passato. Al contrario, chi si trova in situazioni difficili, sta scontando le conseguenze di azioni negative fatte nel passato.

Che cosa offre il buddhismo sulla via che porta alla fine della sofferenza? Praticando il buddhismo, a breve termine si ottiene una certa felicità in questa vita, felicità che può essere di natura materiale, nel senso che migliora le condizioni fisiche, materiali; oppure può essere di natura interiore, nel senso di procurare pace mentale o può essere entrambe. Tutto ciò lo si può ottenere già in questa vita qui e ora. Questa è una dimensione della fine della sofferenza. Facendo parte di questa vita, può essere paragonata all’incirca a quello che i cristiani chiamano il “regno di Dio in terra”.

Oltre a ciò, la fine della sofferenza nel buddhismo significa felicità, prosperità, salute, benessere e successo, sia come esseri umani su questa terra, che come esseri celesti in paradiso. Potremmo paragonare questa dimensione con il paradiso di cui parlano le religioni monoteistiche. La sola differenza è che, in queste religioni, il paradiso, una volta raggiunto, è permanente, mentre nel buddhismo il diritto a godere della propria felicità va coltivato e rinnovato.

Il traguardo del buddhismo inizialmente è felicità e prosperità in questa vita e in quelle future. Ma c’è anche molto di più, e in ciò differisce da tutte le altre religioni monoteistiche. Il buddhismo non solo promette felicità e prosperità in questa e nelle prossime vite, ma offre anche la liberazione, cioè il Nirvana o illuminazione. E questa è la completa cessazione della sofferenza. E’ il fine ultimo del buddhismo. E anche questo lo si può ottenere qui e ora.

Quando si parla di Nirvana nasce qualche difficoltà di espressione, perché le sole parole non possono comunicare l’esatta natura di un’esperienza; bisogna farne direttamente l’esperienza. E questo vale per ogni tipo di esperienza, che sia l’esperienza del gusto del sale, dello zucchero o del cioccolato o del primo tuffo in mare. Sono esperienze che non possono essere descritte con precisione. Mettiamo che sono appena arrivato in Asia e qualcuno mi parla di un frutto locale molto apprezzato, il durian. Posso chiedere che sapore ha alla gente locale che lo mangia abitualmente, ma come possono spiegarmi esattamente il gusto che si ha nel mangiarlo realmente? E’ semplicemente impossibile descrivere l’esatto sapore del durian a qualcuno che non l’ha mai assaggiato. Possiamo fare confronti o dire come non è. Per esempio potremmo dire che il durian è cremoso o che è dolce o acidulo e aggiungere che ha qualcosa del frutto dell’albero del pane o somiglia a una mela, ma comunque rimane impossibile comunicare l’esatta natura dell’esperienza che si ha mangiando un durian. Ci troviamo nella stessa situazione quando cerchiamo di descrivere il Nirvana. Il Buddha e gli insegnanti buddhisti attraverso i secoli hanno usato degli espedienti per descrivere il Nirvana, con paragoni e negazioni. Il Buddha ha detto che il Nirvana è pace e felicità supreme. Ha detto che il Nirvana è immortale, increato, senza forma; al di là di acqua, terra, aria, fuoco, sole e luna; che è insondabile e incommensurabile. Vediamo qui i vari metodi che il buddhismo ha usato per descrivere il Nirvana, come quello di paragonarlo a qualche esperienza mondana. Per esempio, certe volte siamo così fortunati da provare una grande felicità accompagnata da una profonda pace della mente e potremmo immaginarci che questo stato sia come una fugace pallida esperienza del Nirvana. Ma come il frutto del pane non è identico a un durian così il Nirvana non è come un’esperienza mondana. Non ha nulla a che fare con nessun tipo di esperienza quotidiana; va oltre alle stesse forme e concetti che usiamo e attraverso cui sperimentiamo il mondo.

Insomma, per sapere cosa è il Nirvana bisogna sperimentarlo personalmente, alla stessa maniera che bisogna assaggiare il durian per sapere esattamente com’è. Nessuno studio o descrizione poetica del durian può avvicinarsi all’esperienza che si ha mangiandolo realmente. Similmente, dobbiamo noi stessi sperimentare la fine della sofferenza e il solo modo per farlo è quello di eliminare le cause della sofferenza, cioè le afflizioni di attaccamento, avversione e ignoranza. Quando abbiamo eliminato le cause della sofferenza, sperimenteremo personalmente il Nirvana.

E allora come possiamo eliminare le cause della sofferenza? Che mezzi ci sono per sbarazzarci delle afflizioni, causa di sofferenza? Per mezzo della via insegnata dal Buddha, la Via di Mezzo, la Via della moderazione. Ricorderete che la vita del Buddha, prima della sua illuminazione, può essere divisa in due distinti periodi: la parte precedente la rinuncia è quella in cui godette ogni possibile lusso; le storie dicono, ad esempio, che aveva tre palazzi, uno per ogni stagione, pieni di talmente tante amenità che è difficile anche immaginarle. Questo periodo di godimenti fu seguito da sei anni di estremo ascetismo e auto-mortificazione, in cui si privò perfino delle necessità più basilari, in cui visse all’aria aperta, indossò solo stracci e digiunò per lunghi periodi di tempo. Oltre a queste privazioni tormentò il corpo in vari modi, come ad esempio dormendo su letti di spine e sedendo accanto al fuoco sotto il sole cocente di mezzogiorno. Avendo provato gli estremi del lusso e delle privazioni fino al limite massimo possibile, il Buddha alla fine ne vide la futilità e scoprì la Via di Mezzo, in cui vanno evitati gli estremi di indulgere completamente ai piaceri sensuali o quello di auto-mortificarsi. Solo avendo sperimentato nella propria vita la natura di questi due estremi, il Buddha fu in grado di scoprire la Via di Mezzo, la via che evita ogni esagerazione.

Come vedremo in seguito, la Via di Mezzo si presta a molte profonde interpretazioni, ma fondamentalmente significa moderazione nel proprio rapporto con la vita e nel comportamento con ogni oggetto. Per comprendere meglio questo atteggiamento possiamo usare l’esempio delle tre corde di un liuto. Il Buddha aveva un discepolo di nome Sona, che praticava la meditazione con un tale impeto che non faceva altro che procurargli ostacoli. Sona stava ormai pensando di lasciar perdere e abbandonare la vita monastica. Il Buddha capì il suo problema e gli disse: “Sona, prima di diventare monaco eri un musicista”. Sona lo ammise: “Sì, è vero”. Il Buddha proseguì: “Come musicista sai senz’altro come deve essere la corda per produrre un suono piacevole e armonioso. Deve essere molto tirata?”. “No, replicò Sona, la corda troppo tesa produce un brutto suono e corre il rischio di rompersi da un momento all’altro”. “E allora, continuò il Buddha, deve essere allentata?” “No, ribatté Sona, la corda troppo lenta non produce un bel suono armonioso. La corda che dà un bel suono armonioso è quella che non è né troppo tesa né troppo lenta”. In questo caso una vita troppo dedita ai piaceri e al lusso la si può definire troppo allentata, senza disciplina e determinazione, mentre una vita di auto-mortificazione è troppo tirata, troppo dura e repressa, col rischio di un improvviso collasso del corpo o della mente, così come la corda eccessivamente tesa può rompersi da un momento all’altro.

Più appropriatamente la via che porta alla cessazione della sofferenza è come una ricetta medica. Quando un bravo medico cura un malato grave, la ricetta non è solo fisica ma anche psicologica. Per esempio, se soffrite di cuore non solo il dottore vi prescrivere di prendere delle medicine, ma vi dice anche di sorvegliare la dieta ed evitare situazioni stressanti. Allo stesso modo, se guardiamo le istruzioni date per seguire la via che porta verso la cessazione della sofferenza, troviamo che non si riferiscono solo al corpo (azioni e parole), ma anche alla mente, cioè ai pensieri. In altre parole, l’Ottuplice Nobile Sentiero, la via che porta alla cessazione della sofferenza, è una via globale, una terapia completa. E’ concepita per curare la malattia della sofferenza, attraverso l’eliminazione delle sue cause e lo fa con un trattamento che non solo riguarda il corpo ma anche la mente.

La Retta Visione è il primo passo dell’Ottuplice Nobile Sentiero a cui segue Retto Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retto Sostentamento, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione. Perché inizia con la Retta Visione? Per raggiungere la cima di una montagna la vetta deve essere bene in vista. In questo senso il primo passo del nostro cammino dipende dall’ultimo. Il traguardo deve essere chiaro in vista se vogliamo percorrere un cammino che ci porti sani e salvi alla meta. In questo modo la Retta Visione dà la direzione e l’orientamento agli altri passi sulla via.

Vediamo anche che i primi due passi sulla via, Retta Visione e Retto Pensiero riguardano la mente. E’ attraverso questi due gradini che possono essere eliminate ignoranza, attaccamento e avversione. Ma non basta fermarsi lì perché per ottenere la Retta Visione e il Retto Pensiero dobbiamo sviluppare e purificare la mente e il corpo, e per far ciò dobbiamo seguire gli altri sei passi della via. Purifichiamo il corpo in modo che sia più facile purificare la mente, e purifichiamo e sviluppiamo la mente affinché sia più facile ottenere la Retta Visione. Per comodità della pratica l’Ottuplice Nobile Sentiero è stato diviso in tre parti: 1) moralità o buona condotta; 2) sviluppo mentale; 3) saggezza. Gli otto passi della via sono divisi nei seguenti modi di pratica: 1) Retta Parola, Retta Azione e Retto Sostentamento riguardano la pratica della moralità; 2) Retto Sforzo, Retta Consapevolezza e Retta Concentrazione riguardano lo sviluppo mentale e 3) Retta Visione e Retto Pensiero formano la pratica della saggezza.

Siccome è necessario purificare le parole e le azioni prima di purificare la mente, cominciamo il cammino lungo la via con la moralità o buona condotta. E siccome l’Ottuplice Nobile Sentiero è il mezzo per realizzare lo scopo del buddhismo, dedichiamo i seguenti tre capitoli a questi tre modi di pratica.