Peter Della Santina

L'ALBERO DELL'ILLUMINAZIONE

CAPITOLO III

LA VITA DEL BUDDHA

Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
La diffusione dei testi tradotti è consentita in qualsiasi modo tranne che a fini di lucro

Vorrei ora parlare della vita del Buddha Shakyamuni. Non tento di trattare questo argomento in modo esauriente, né coprire tutte le fasi della biografia di Shakyamuni. La vita del Buddha è stata descritta spesso sotto forma di narrazione sia da autori antichi che moderni. Io cercherò invece di usare queste brevi considerazioni sulla vita del Buddha per portare l’attenzione su alcuni importanti valori buddhisti, che sono straordinariamente delineati nei racconti della vita di Shakyamuni.

Nel capitolo secondo, abbiamo discusso dell’origine e della natura delle due antiche tradizioni dell’India: una che trae la sua sorgente dalla cultura dell’Indo e l’altra dalla civiltà degli arii. Ho anche parlato di come queste due tradizioni, originariamente molto diverse, cominciarono col tempo a interagire e ad influenzarsi reciprocamente, fino a che verso il primo millennio dell’era cristiana divennero praticamente inscindibili una dall’altra. Forse non è solo una pura coincidenza che l’area centro-settentrionale della pianura del Gange e del Tarai nepalese, conosciuta come “regione centrale” o Madhyadesha sia stata una delle regioni in cui le due tradizioni sono entrate attivamente in contatto e anche in conflitto. I sacerdoti, custodi della tradizione aria, videro nel movimento verso oriente della civiltà ariana una minaccia di disintegrazione della cultura ariana pura e di sviluppo di pratiche e di comportamenti non ortodossi.

La storia delle religioni ci insegna che quando due tradizioni molto diverse, quali quella ariana e quella della valle dell’Indo, vengono in contatto e in conflitto, si crea un campo di forti potenzialità per lo sviluppo di nuovi comportamenti culturali e religiosi. E’ utile vedere la vita e gli insegnamenti del Buddha nel contesto di questo fenomeno storico. Inoltre, come detto nel capitolo secondo, nel VI secolo avvennero grandi cambiamenti sociali, economici e politici che ebbero ripercussioni sulla vita di quelle popolazioni e contribuirono a sviluppare un’alta coscienza religiosa. Capita regolarmente che in tempi di grandi sconvolgimenti sociali, economici e politici, la gente tenda a cercare in se stessa salvezza e sicurezza, sentendo che il mondo esterno è sempre più incerto. Si volgono istintivamente verso la religione – che appare depositaria di valori sicuri espressi nella fede e nella pratica – per cercarvi stabilità in mezzo all’incertezza. Sono periodi che quasi sempre hanno prodotto grandi rivoluzioni e rinascite spirituali. Questo fu certamente il caso nell’India del VI secolo, nella Cina del VI secolo e all’inizio dell’era cristiana nel mondo mediterraneo.

Tre valori di grande importanza emergono dalla vita del Buddha: 1) rinuncia, 2) amore e compassione e 3) saggezza. Sono valori che risaltano evidenti in molti episodi della sua vita. Non è una coincidenza che questi tre valori, presi insieme, formino i requisiti essenziali per il raggiungimento del Nirvana o illuminazione. Secondo gli insegnamenti buddhisti, ci sono tre afflizioni che causano una rinascita dopo l’altra nel ciclo di continue esistenze: attaccamento avversione e ignoranza. Queste afflizioni vengono eliminate con gli antidoti rispettivamente della rinuncia, dell’amore e compassione e della saggezza. Coltivando queste tre qualità il praticante è in grado di eliminare le afflizioni e raggiungere l’illuminazione. Non è quindi un caso che queste qualità siano un’importante caratteristica della vita del Buddha Shakyamuni.

Diamo un’occhiata ad ognuna di queste qualità separatamente, cominciando con la rinuncia. Come avvenne per l’amore e la compassione, i primi segni di rinuncia si manifestarono molto presto nella vita del Buddha. La rinuncia è essenzialmente il riconoscimento che ogni tipo di esistenza è permeata dalla sofferenza. Quando lo si capisce, si arriva a ciò che potremmo chiamare un’inversione di tendenza: la realizzazione che tutta la vita normale è permeata di sofferenza ci porta a desiderare qualcosa di più o di diverso. E’ precisamente per questa ragione che la sofferenza ha il primo posto nell’elencazione delle Quattro Nobili Verità ed è sempre per questo che il chiaro riconoscimento della sua realtà e universalità è l’essenza della rinuncia.

Si narra che a 7 anni il principe Siddhartha abbia partecipato alla cerimonia annuale dell’aratura. Mentre osservava lo svolgimento della cerimonia, il giovane vide che un verme, dissotterrato dall’aratro, veniva divorato da un uccello. Questo incidente indusse Siddhartha a contemplare la realtà della vita, a riconoscere il fatto inevitabile che tutti gli esseri viventi si uccidono a vicenda per sopravvivere e tutto ciò è una grande fonte di sofferenza. Troviamo che fin da bambino il Buddha aveva già cominciato a riconoscere che la vita, come la conosciamo noi, è permeata di sofferenza.

Continuando a scorrere la narrazione della vita di Siddhartha, ci imbattiamo nel famoso episodio in cui le quattro cose che vide lo spinsero a rinunciare alla vita di famiglia per intraprendere quella ascetica, alla ricerca della verità. La vista di un vecchio, di un malato e di un cadavere lo portò a chiedersi come mai si sentisse così sconvolto da quella vista. Evidentemente anche lui non era immune da quello ed era quindi soggetto all’inevitabile successione di vecchiaia, malattia e morte. Questo riconoscimento sviluppò nel principe un senso di distacco per gli effimeri piaceri del mondo e lo stimolò a ricercare la verità ultima sull’esistenza attraverso la rinuncia.

E’ importante ricordare a questo punto che la rinuncia del principe non fu provocata da quel tipo di disperazione che si può sentire nella vita normale. Egli godeva per quei tempi dei massimi privilegi e della più grande felicità; eppure riconobbe la sofferenza inerente in ogni essere senziente e capì che, per quanto uno indulgesse a ogni tipo di piacere sensuale, alla fine avrebbe dovuto comunque affrontare la realtà della vecchiaia, della malattia e della morte. Una volta capito ciò e spinto dalla quarta visione, quella di un asceta, Siddhartha si decise a rinunciare alla vita famigliare e a cercare la verità ultima per il beneficio di tutti gli esseri viventi.

Ora guardiamo alle sue qualità di amore e compassione, che si manifestarono anch’esse molto presto nella vita del Buddha. L’esempio più bello è l’episodio del cigno ferito. Le biografie ci dicono che il principe e suo cugino Devadatta stavano passeggiando nel parco che circondava il palazzo reale, quando Devadatta colpì e abbatté con l’arco e le frecce un cigno. Entrambi i ragazzi corsero verso il luogo in cui era caduto il cigno, ma fu Siddhartha che, correndo più veloce, raggiunse per primo il luogo. Il giovane principe raccolse in grembo l’uccello ferito e cercò di alleviarne la sofferenza. Devadatta reagì con rabbia, insistendo che il cigno apparteneva a lui in quanto era stato lui ad abbatterlo. I ragazzi portarono la questione davanti al saggio di corte, che decise di assegnare l’uccello a Siddhartha, poiché la vita appartiene a colui che la difende e non a chi la distrugge.

In questa semplice storia abbiamo un eccellente esempio della precoce manifestazione di un atteggiamento di amore e compassione da parte del Buddha, atteggiamento che si preoccupa di incrementare il più possibile la felicità altrui e alleviarne le sofferenze. Anche in seguito, dopo la sua illuminazione, il Buddha continuò a manifestare in modo straordinario queste sue qualità, come ad esempio, nell’episodio in cui il Buddha si assunse la cura del monaco Tissa che soffriva di un male talmente disgustoso che gli altri monaci lo sfuggivano. Il Buddha volle ammonirli con il suo esempio e curava e puliva personalmente il corpo malato e imputridito di Tissa, alleviandogli in tal modo la sofferenza.

Infine soffermiamoci sulla qualità della saggezza, la più importante delle tre, essendo commensurata all’illuminazione stessa. E’ la saggezza che alla fine apre la porta verso la libertà ed è la saggezza che elimina l’ignoranza, la causa principale della sofferenza. Si sa che anche se uno taglia tutti i rami di un albero e perfino il suo tronco, ma non toglie le radici, l’albero ricrescerà di nuovo. Allo stesso modo, anche se uno abbandona l’attaccamento per mezzo della rinuncia e l’avversione per mezzo dell’amore e compassione, questi è probabile che sorgano di nuovo finché non si elimina l’ignoranza attraverso la saggezza.

Il modo principale per ottenere la saggezza è la meditazione. Di nuovo, c’è un episodio nella vita del futuro Buddha che mostra la sua precoce abilità nel concentrare la mente. Secondo quanto si narra nei racconti della sua vita, subito dopo l’incidente del verme e dell’uccello durante la cerimonia dell’aratura, il principe sedette sotto un melo e lì spontaneamente cominciò a meditare, raggiungendo il primo livello di assorbimento, concentrando la mente sul processo del respiro. E’ questa la prova di una precoce esperienza meditativa nella vita del Buddha.

In seguito, quando lasciò la famiglia e andò alla ricerca della verità ultima, una delle prime discipline che sviluppò fu la meditazione. Si racconta che l’asceta Gotama (così veniva chiamato in quei sei anni in cui si sforzò di raggiungere l’illuminazione), studiò con due famosi maestri di meditazione, Alara Kalama e Uddaka Ramaputta. Sotto la loro guida imparò e divenne esperto in varie tecniche di concentrazione della mente. Nel capitolo secondo ho già menzionato che vi sono prove che suggeriscono che l’inizio della meditazione può essere fatta risalire agli albori della civiltà indiana, all’età aurea della cultura della valle dell’Indo. E’ molto probabile che i due maestri di cui si parla nelle sue biografie fossero esponenti di un’antica tradizione di meditazione e di concentrazione mentale.

Eppure l’asceta Gotama lasciò i due maestri perché scoprì che la sola meditazione non poteva porre fine in modo permanente alla sofferenza, anche se poteva temporaneamente alleviarla. Questo è un fatto importante perché, sebbene gli insegnamenti del Buddha attribuiscano molta importanza alla pratica dello sviluppo mentale, chiaramente in linea con la tradizione della civiltà della valle dell’Indo, egli trascese gli angusti traguardi della sola meditazione e introdusse una nuova dimensione nell’esperienza religiosa. E’ questo che distingue gli insegnamenti del Buddha da quelli di molte altre scuole indiane, particolarmente di quelle che, in un modo o nell’altro, comprendono pratiche di yoga e di meditazione.

In poche parole, ciò che differenzia il buddhismo dalla tradizione contemplativa dell’induismo e di altre religioni, è il fatto che per il buddhismo la sola meditazione non è sufficiente. Potremmo dire che per il buddhismo la meditazione è come fare la punta a una matita. Lo facciamo per uno scopo, diciamo per scrivere. Allo stesso modo con la meditazione rendiamo acuta la mente per uno scopo preciso e in questo caso lo scopo è la saggezza. Il rapporto tra meditazione e saggezza è stato spiegato con l’aiuto dell’esempio della torcia. Supponiamo di voler vedere un quadro appeso alla parete di una stanza buia con l’aiuto di una torcia. Se la luce della torcia è troppo tenue, se la fiamma è mossa da una corrente d’aria o se la mano che tiene la torcia è instabile, è impossibile vedere bene il quadro. Similmente, se vogliamo penetrare il buio dell’ignoranza e vedere la vera natura dell’esistenza, non lo possiamo fare con una mente debole, distratta, instabile, preda di una continua indolenza o di irrequietezza emotiva e intellettuale. Il Buddha mise in pratica questa scoperta la notte della sua illuminazione. Poi, è scritto, concentrò la mente, la unificò, la rese flessibile con la meditazione, la diresse verso la comprensione della vera natura della realtà e comprese la verità. Quindi si può dire che l’illuminazione del Buddha sia stata la conseguenza dell’unione di meditazione e saggezza.

Ci sono anche altre dimensioni di saggezza, esemplificate nella vita del Buddha. Una di queste è la comprensione della Via di Mezzo. Il concetto di Via di Mezzo è centrale nel buddhismo e ha vari livelli di significato; non possiamo analizzarli qui tutti, ma una cosa va detta subito: il più importante significato della Via di Mezzo è l’evitare gli estremi di compiacimento nei piaceri sensuali da una parte, e la tortura del corpo dall’altra. Questo aspetto fondamentale della Via di Mezzo è illustrato nella vita del Buddha, da quanto fece e sperimentò lui stesso. Prima di rinunciare alla vita di famiglia, Siddhartha godette di una gran quantità di lussi e piaceri sensuali. In seguito, quando divenne un asceta alla ricerca della verità, passò sei anni a praticare ogni sorta di privazioni fisiche e di auto-mortificazione. Infine comprese l’inutilità di queste pratiche come anche la vanità della sua vita precedente. In tal modo scoprì la Via di Mezzo che evita i due estremi.

Ci sono naturalmente molti altri importanti episodi nella vita del Buddha che varrebbe la pena riportare e discutere, ma ho scelto di concentrare l’attenzione solo su questi pochi elementi, semplicemente perché dobbiamo cominciare a guardare alla vita del Buddha come ad una lezione di condotta e pensiero e non solo come ad una biografia contenente un certo numero di nomi e luoghi. Così possiamo apprezzare gli atteggiamenti espressi nella carriera di Shakyamuni. In questo modo, diventa possibile avere una maggiore e più genuina intuizione sul vero significato della vita del Buddha.