Peter Della Santina

L'ALBERO DELL'ILLUMINAZIONE

CAPITOLO XVIII

LA SFERA DELLA FORMA E DELLA NON FORMA

Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
La diffusione dei testi tradotti è consentita in qualsiasi modo tranne che a fini di lucro

Nel capitolo precedente ho presentato vari schemi di classificazione della coscienza, che potrebbero risultare difficili da comprendere, soprattutto da parte di chi ha appena cominciato lo studio dell’Abhidharma. Perciò prima di continuare la discussione, vorrei aggiungere due punti. Primo, per acquistare conoscenza uno deve coltivare lo studio, la riflessione e la meditazione. Non basta leggere o sentir parlare delle classificazioni della coscienza; bisogna anche riflettere sul modo in cui funzionano precisamente e il loro esatto significato. Per esperienza personale, devo dire che sono riuscito a capire questi schemi di classificazione, solo dopo averli passati e ripassati in mente per un certo tempo. Infine, dopo averli studiati e averci riflettuto, li si può usare per la propria meditazione.

Secondo: per capire queste classificazioni ci è d’aiuto considerare un esempio più concreto e accessibile. Supponiamo che vogliate sapere quante persone stanno probabilmente guardando la TV di giorno a Singapore. Potete classificare la popolazione in lavoratori e disoccupati, e poi i disoccupati in quelli che parlano inglese o cinese, in modo da sapere quanti guardano i programmi inglesi e quanti quelli cinesi. Potete dividere la popolazione in maschi e femmine, studenti e non studenti, e il gruppo di studenti potete dividerlo in quelli che vanno a una scuola cinese e quelli che vanno ad una scuola inglese. Dato un certo fattore (in questo caso la gente che individualmente forma la popolazione) ci sono vari modi di classificarli a seconda di ciò che volete scoprire.

Lo stesso accade per la classificazione abhidharmica della coscienza; si stabiliscono alcuni tipi di coscienza, e poi li classifichiamo in vari modi a seconda di ciò che vogliamo scoprire. Se teniamo a mente questa regola generale su come e perché classificare i fattori di coscienza, e poi ripassiamo questi schemi in mente per un po’, cominceremo a vederne sempre più chiaramente il senso.

In questo capitolo parleremo della coscienza della sfera della forma (rupavachara) e quella della sfera della non forma (arupavachara. Vedi cap. XVII). La cosa che qui ci interessa è l’analisi dei tipi di coscienza che sorgono dalla meditazione, concentrazione o assorbimento (jhana). Come nell’origine dell’Abhidharma stesso, così per gli inizi dell’analisi abhidharmica della coscienza, Sariputta riveste un ruolo di primaria importanza. Nell’Anupada Sutta si dice che Sariputta, dopo aver raggiunto i vari stadi di meditazione, applicò ai vari tipi di coscienza che aveva sperimentato un’analisi di tipo abhidharmico, enumerandoli, classificandoli e identificandoli.

Fin dall’inizio della storia del buddhismo è sempre stata attribuita particolare importanza all’analisi, poiché l’esperienza di stati straordinari in meditazione poteva essere facilmente fraintesa, come accadeva infatti nelle tradizioni non buddhiste, in cui tali stati erano ritenuti la prova evidente dell’esistenza di un essere soprannaturale e trascendente, e di un’anima eterna. Mettendo in rilievo che i vari stadi di meditazione, come d’altronde tutta l’esperienza in generale, sono caratterizzati da impermanenza, transitorietà e insostanzialità, l’analisi allontana le tre impurità di 1) attaccamento a stati di coscienza soprannaturali e straordinari ottenuti per mezzo della meditazione; 2) false idee, che portano a considerare questi stati meditativi come prova dell’esistenza di un essere trascendente o di un’anima eterna; 3) presunzione che nasce dall’aver ottenuto straordinari stati meditativi.

Lo sviluppo degli stati meditativi e il raggiungimento degli assorbimenti è una parte molto importante della pratica buddhista perché è lo scopo della coltivazione mentale, che a sua volta è una delle principali divisioni della Via buddhista (moralità, coltivazione mentale e saggezza). Per ottenere questi stadi meditativi si deve partire da una base di moralità e ritirarsi il più possibile da attività mondane. Stabilite queste condizioni preliminari, si procede a coltivare gli stati meditativi, attraverso vari metodi, che tradizionalmente comprendono quaranta oggetti di meditazione, in cui sono inclusi dieci supporti (kasina). Questo oggetti sono coordinati con il temperamento del meditatore. In altre parole, particolari oggetti di meditazione sono prescritti per certi temperamenti. In generale uno comincia con un supporto esterno che man mano viene interiorizzato e concettualizzato fino a che viene scartato e si entra così nello stato meditativo vero e proprio.

Per sviluppare gli stati meditativi che risultano in tipi di coscienza appartenenti alle sfere di forma e non forma è importante avere cinque fattori di assorbimento (jhananga): 1) applicazione iniziale (vitakka), 2) applicazione sostenuta (vichara), 3) interesse, entusiasmo o estasi (piti), 4) felicità o beatitudine (sukha) e 5) unificazione mentale (ekaggata). Questi fattori sono presenti in molti tipi di coscienza che include, oltre alla coscienza della sfera dei sensi, anche la coscienza di alcuni animali altamente sviluppati. Prendiamo ad esempio l’unificazione: ogni momento cosciente ne possiede un certo grado ed è essa che ci permette, durante l’esperienza cosciente, di fissarci su un oggetto particolare. Se non fosse per l’unificazione non saremmo in grado di isolare un oggetto di coscienza dal flusso continuo di oggetti di coscienza.

I cinque fattori di assorbimento giocano un ruolo particolare nello sviluppo della coscienza meditativa, in quanto elevano la nostra coscienza dalla sfera dei sensi a quella della forma e poi a quella della non forma, per mezzo dell’intensificazione, che è un rafforzamento e aumento del potere di alcune speciali funzioni della coscienza.

L’intensificazione dei primi due fattori, applicazione iniziale e applicazione sostenuta, porta allo sviluppo dell’intelletto, che a sua volta serve a sviluppare l’intuizione profonda. Allo stesso modo, l’intensificazione del quinto fattore, l’unificazione, porta allo sviluppo di una coscienza completamente concentrata e assorbita. L’intensificazione di tutti e cinque i fattori porta progressivamente alla realizzazione di poteri soprannaturali. I cinque fattori aiutano anche ad elevare la mente dalla sfera dei sensi a quella della forma e della non forma, allontanando i cinque impedimenti (nivarana); l’applicazione iniziale tiene a bada indolenza e torpore; l’applicazione sostenuta tiene a bada il dubbio; l’entusiasmo tiene a bada l’ostilità; la felicità tiene a bada l’agitazione e l’ansia; l’unificazione tiene a bada il desiderio sensuale.

Studiamo ora meglio i cinque fattori di assorbimento per vedere come fanno a produrre una coscienza concentrata e per far ciò dobbiamo conoscere il loro preciso significato. Nel contesto dello sviluppo della coscienza meditativa, l’applicazione iniziale (vitakka) viene più propriamente chiamata “pensiero applicato”, poiché significa urtare, colpire, sovrapporre. Vitakka si sovrappone alla mente portandola verso l’oggetto di meditazione; vichara (applicazione sostenuta) tiene invece la mente ferma sull’oggetto, mantenendola “in posizione”. Il terzo fattore d’assorbimento (entusiasmo, interesse o estasi, piti) dà la motivazione per proseguire la meditazione con diligenza.

E’ utile confrontare piti (interesse) con sukha (felicità) per capire in che rapporto sono tra di loro. Interesse e felicità appartengono a due classi diverse di esperienza: l’interesse appartiene alla classe della volizione (sankhara) e la felicità a quella delle sensazioni (vedana). L’interesse è attiva partecipazione ed entusiasmo, mentre la felicità è una sensazione di contentezza e beatitudine. I commentari, per illustrare la relazione tra i due termini, danno il seguente esempio: supponiamo che un uomo sia nel deserto e gli venga detto che c’è una pozza d’acqua fresca alle porte del villaggio vicino. Sentendo la notizia, egli prova un forte senso di interesse (piti) e viene motivato e incoraggiato a proseguire da queste informazioni. Ma quando realmente raggiunge l’acqua ed estingue la sete, sperimenta felicità (sukha). Quindi è l’interesse o entusiasmo che ci spinge a sviluppare una coscienza concentrata, mentre la felicità o beatitudine è la vera esperienza della felicità che si ottiene con una coscienza concentrata.

L’unificazione (ekaggata) è raccoglimento della mente, non distrazione, focalizzazione della mente sull’oggetto di meditazione senza oscillazioni. E’ come la fiamma di una lampada immobile in una stanza senza correnti d’aria.

Quando sono presenti tutti e cinque i fattori di assorbimento, si è raggiunta la prima coscienza della sfera della forma, o assorbimento. Man mano che i fattori di assorbimento vengono eliminati, si prosegue passo dopo passo verso la quinta coscienza della sfera della forma. In altre parole, quando viene eliminata l’applicazione iniziale si entra nel secondo assorbimento e quando viene rimossa l’applicazione sostenuta si ha il terzo assorbimento; quando si lascia l’interesse si entra nel quarto e lasciando la felicità, infine nel quinto assorbimento della sfera della forma.

Questi cinque tipi di coscienza sono karmicamente attivi e di tipo salutare. Inoltre ci sono cinque tipi di coscienza reattiva, risultante e cinque tipi di coscienza inattiva e funzionale. I primi cinque sono karmicamente attivi e presenti in questa vita; i secondi cinque sono il risultato dei primi cinque. In altre parole, la coltivazione degli assorbimenti nella sfera della forma ha come risultato la rinascita nella sfera della forma. Il terzo gruppo dei cinque sono gli assorbimenti nella sfera della forma praticati dagli arahats che hanno spezzato la catena di azione e reazione ed è per questo che gli assorbimenti praticati da loro sono inattivi.

Perciò ci sono 15 tipi di coscienza della sfera della forma: cinque salutari attivi; cinque risultanti e cinque inattivi. Quando uno ha ottenuto la quinta coscienza della sfera della forma, sperimenta una certa insoddisfazione per la natura limitata degli assorbimenti nella sfera della forma; perciò prosegue verso gli assorbimento nella sfera della non forma, sempre usando un oggetto di meditazione, che di solito è uno dei dieci sostegni (kasina). Per far ciò allarga il sostegno fino a coprire lo spazio infinito, poi lo scarta e medita sull’infinità dello spazio, raggiungendo così il primo assorbimento della sfera della non forma. Poi va avanti verso il secondo assorbimento, dimorando nell’infinità della coscienza. A questo stadio, invece di meditare sull’oggetto della coscienza meditativa (cioè l’infinità dello spazio) si fissa sull’oggetto della coscienza meditativa, cioè sulla coscienza stessa che pervade lo spazio infinito o coscienza infinita.

Il terzo assorbimento nella sfera della non forma si ferma sulla non esistenza attuale della precedente coscienza infinita che pervadeva l’infinito. In altre parole, rimane nel niente assoluto o vuoto. Infine il quarto assorbimento si ferma sulla sfera di “né percezione né non percezione”, una condizione in cui la coscienza è così sottile che non la si può dire né esistente né non esistente.

Come per gli assorbimenti della sfera della forma, anche in questi della non forma ci sono tre gruppi di coscienza (ma con quattro invece che con cinque tipi ognuna). Quattro tipi di coscienza appartengono alla categoria salutare e attiva; quattro a quella risultante-reattiva, cioè alla rinascita nella sfera della non forma; quattro appartengono alla categoria inattiva o funzionale, che sono gli assorbimenti praticati dagli arahat. In tutto ci sono dodici tipi di coscienza della sfera della non forma: quattro salutari-attive, quattro risultanti e quattro inattive.

Se osserviamo la progressione degli assorbimenti in questa sfera della non forma, vediamo una graduale unificazione e rarefazione della coscienza: un assorbimento nell’infinità dell’oggetto (spazio), uno nell’infinità del soggetto (coscienza), uno nel nulla e infine un assorbimento in “né percezione né non percezione”. Ricorderete che quando abbiamo parlato della coscienza e dei suoi oggetti come strutture di base per generare l’esperienza, abbiamo trovato che nella coscienza della sfera dei sensi vi è un tipo di esperienza molto frammentata, in cui la coscienza e i suoi oggetti si spezzettano in molti fattori. Man mano che si progredisce attraverso la sfera della forma e quella della non forma, vi è una graduale unificazione del soggetto e dell’oggetto, per cui quando si arriva al quarto assorbimento della sfera della non forma, si è raggiunto il culmine dell’esperienza mondana.

E’ interessante notare che gli assorbimenti della sfera della forma e della non forma erano praticati dagli yogin prima del tempo del Buddha ed erano ancora praticati dai suoi contemporanei. C’è ragione di credere che i due insegnanti con cui Gotama studiò prima della sua illuminazione, praticassero queste meditazioni. Gli assorbimenti della sfera della non forma erano il livello più alto di sviluppo spirituale a cui l’uomo potesse giungere prima del Buddha. Ma nella notte della sua illuminazione il Buddha dimostrò che gli assorbimenti devono essere uniti alla saggezza per diventare veramente sopramondani.

Per questo si dice che, sebbene uno raggiunga i più alti livelli di sviluppo meditativo e possa così rinascere nei punti più alti della sfera della non forma, tuttavia, quando il potere di quella meditazione (che è comunque impermanente) svanisce, rinascerà in una sfera inferiore. Per questa ragione si deve andare al di là persino di questi livelli di coscienza meditativa, estremamente sottili e altamente sviluppati.

Bisogna saper abbinare la coscienza concentrata e unificata dagli assorbimenti con la saggezza. Solo così si può progredire passando dai vari tipi di coscienza mondana fino a quella sovramondana.