Peter Della Santina

L'ALBERO DELL'ILLUMINAZIONE

CAPITOLO XIV

INTRODUZIONE ALL’ABHIDHARMA

Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
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Nei prossimi due capitoli discuteremo gli aspetti filosofici e psicologici del buddhismo, come sono esposti nei sette libri dell’Abhidharma Pitaka del canone pali. Non mi soffermerò dettagliatamente sulla lista dei fattori, o dharma, che troverete in molti competenti libri sull’Abhidharma. I miei obiettivi invece sono tre: 1) delineare e descrivere i metodi e le caratteristiche principali dell’Abhidharma; 2) mettere in rapporto l’Abhidharma con ciò che generalmente sappiamo degli insegnamenti del Buddha 3) collegare la filosofia dell’Abhidharma con la nostra situazione di buddhisti laici.


Durante tutta la storia del buddhismo, l’Abhidharma è stato tenuto in gran conto. Per esempio nel canone pali si parla dell’Abhidharma con parole di lode e di rispetto particolari, e si considera che solo i monaci anziani ne siano degni; ai novizi viene addirittura proibito di interrompere gli anziani quando stanno discutendo dell’Abhidharma. E’ stato scritto anche che l’Abhidharma è raccomandato solo a quelli che si sforzano sinceramente di realizzare lo scopo della pratica buddhista e la sua conoscenza è essenziale per i maestri del Dharma. Questo rispetto per l’Abhidharma si trova non solo nella tradizione Theravada ma anche nelle altre grandi tradizioni buddhiste. Per esempio Kumarajiva, il grande traduttore centro-asiatico famoso per la traduzione degli scritti Madhyamaka in cinese, affermava che se voleva insegnare la filosofia buddhista ai cinesi, avrebbe dovuto cominciare con l’Abhidharma. Anche nella tradizione tibetana l’Abhidharma è una parte importante della pratica monastica.

Come mai l’Abhidharma è tenuto in così alta considerazione? La ragione principale è che la conoscenza dell’Abhidharma, nel senso generale di comprendere l’insegnamento ultimo, è assolutamente necessaria per realizzare la saggezza, che a sua volta è necessaria per ottenere la liberazione. Per quanto uno mediti e conduca una vita virtuosa, non può raggiungere la liberazione senza l’intuizione profonda della vera natura delle cose.

La conoscenza dell’Abhidharma è necessaria per applicare ad ogni esperienza della vita quotidiana l’intuizione sull’impermanenza, impersonalità e insostanzialità, acquisita dalla lettura del Sutra Pitaka. Tutti possono avere un’idea dell’impermanenza, impersonalità e insostanzialità leggendo il Sutra Pitaka, ma quante volte applichiamo alla nostra vita quotidiana questa momentanea verità intellettuale? Il sistema di insegnamento dell’Abhidharma ci fornisce il meccanismo per farlo. Quindi lo studio dell’Abhidharma è estremamente utile anche per la pratica.

Consideriamo ora l’origine e l’autenticità dell’Abhidharma. La scuola Theravada sostiene che la fonte della filosofia dell’Abhidharma è il Buddha e fu lui il primo maestro di Abhidharma perché la notte della sua illuminazione penetrò l’essenza dell’Abhidharma. Secondo la tradizione, il Buddha passò le quattro settimane dopo la sua illuminazione a meditare sull’Abhidharma. E’ la settimana chiamata la “Casa delle Gemme”. Più tardi si dice che il Buddha sia andato nel paradiso dei Trentatré, dove stava sua madre e insegnò l’Abhidharma a lei e agli dei. Si dice ancora che quando tornò in terra trasmise a Sariputta le basi dell’insegnamento, e questo non per caso, dato che Sariputta era il suo discepolo principale, famoso per la sua saggezza.

Perciò in generale si sostiene che si deve far risalire al Buddha l’ispirazione per l’insegnamento dell’Abhidharma. Questa ispirazione passò ai suoi discepoli che avevano propensione per la filosofia, come Sariputta, e fu attraverso gli sforzi di questi discepoli intelligenti che furono definite le linee generali e il contenuto della filosofia dell’Abhidharma.

Esaminiamo ora il significato del termine Abhidharma. Analizzando attentamente il Sutra Pitaka troviamo che questo termine ricorre spesso, di solito nel senso generale di “meditazione sul Dharma”, “Istruzioni sul Dharma” o “Discussione sul Dharma”. In senso più specifico, Abhidharma significa “Dharma speciale”, “Dharma superiore” o “Dharma avanzato”. Naturalmente usiamo qui la parola Dharma nel senso di dottrina o insegnamento e non nel senso di fenomeno o fattore di esperienza (nel qual caso la D sarebbe minuscola).

C’è anche un senso più tecnico in cui Abhidharma è usato nel Sutra Pitaka e in questo contesto dharma non ha più il significato di dottrina in generale, ma di fenomeno. Questo uso tecnico è legato alla funzione di distinguere. L’uso tecnico del termine Abhidharma ha cinque aspetti o significati: a) definire i dharma; b) stabilire i rapporti tra i dharma; c) analizzare i dharma; d) classificare i dharma e e) sistemare i dharma in ordine numerico.

Il canone buddhista è diviso in tre raccolte (letteralmente “cesti”): il Sutra Pitaka, Vinaya Pitaka e Abhidharma Pitaka. Ci si riferisce generalmente al Sutra Pitaka come al Cesto dei Discorsi, mentre il Vinaya Pitaka contiene le regole della comunità monastica e l’Abhidharma Pitaka è ritenuto la raccolta della filosofia e psicologia buddhiste.

Vorrei ora esaminare il rapporto tra l’Abhidharma Pitaka e il Sutra Pitaka. In quest’ultimo vi è molto materiale abhidharmico. Tenendo presente la definizione tecnica di Abhidharma data precedentemente, troviamo che il Sutra Pitaka contiene molti discorsi di carattere abhidharmico: per esempio, l’Anguttara Nikaya presenta un’esposizione degli insegnamenti sistemati per ordine numerico; il Sangiti Sutta e il Dasuttara Sutta contiene l’esposizione di Sariputta degli insegnamenti messi in ordine numerico, e l’Anupada Sutta è un discorso in cui Sariputta analizza la sua esperienza meditativa usando termini abhidharmici.

Come distinguiamo allora l’Abhidharma dai Sutra? Per far ciò dobbiamo considerare il secondo significato del termine Abhidharma, cioè “dottrina superiore”. Nei sutra il Buddha parla da due punti di vista. Nel primo parla di esseri, oggetti, qualità e proprietà degli esseri, del mondo, spesso con affermazioni quali “Io stesso andrò a Uruvela”. Nel secondo, il Buddha proclama in chiari termini che non esiste un “io” e che tutte le cose sono prive di individualità, di sostanza, ecc.

Ovviamente le due prospettive d’osservazione sono quella convenzionale (vohara) e quella ultima (paramattha). Nel linguaggio quotidiano usiamo “tu”, “io” e poi abbiamo il linguaggio tecnico-filosofico che non prevede un’individualità, degli oggetti, ecc. Questa è la differenza tra i contenuti dei sutra e i contenuti dell’Abhidharma degli insegnamenti del Buddha. Generalmente i sutra usano la prospettiva convenzionale mentre l’Abhidarma usa quella ultima. Tuttavia nei sutra ci sono dei passaggi che descrivono l’impermanenza, l’impersonalità e l’insostanzialità, gli elementi e gli aggregati, e quindi riflettono la visuale ultima.

In questo contesto vi è anche un’ulteriore divisione dei testi: quelli il cui significato è esplicito e diretto e quelli il cui significato è implicito e indiretto. Perché il Buddha ricorse a queste due prospettive, la convenzionale e l’ultima? Per avere una risposta, teniamo conto della sua eccellenza come maestro e della sua abilità a scegliere i giusti metodi di insegnamento. Se il Buddha avesse sempre parlato ai suoi ascoltatori in termini di impermanenza e insostanzialità, di elementi ed aggregati, non credo che la comunità buddhista sarebbe cresciuta con la velocità che ebbe nel VI secolo a.C.. Allo stesso tempo il Buddha sapeva che il punto di vista ultimo era indispensabile per comprendere pienamente il Dharma e perciò il suo insegnamento contiene anche un linguaggio specifico per esprimere la prospettiva ultima.