Peter Della Santina
L'ALBERO DELL'ILLUMINAZIONE
CAPITOLO I
BUDDHISMO: UNA PROSPETTIVA MODERNA
Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
La diffusione dei testi tradotti è consentita in qualsiasi modo tranne che a fini di lucro
Nella prima parte di questo libro vorrei occuparmi di quelle che vengono chiamati i fondamenti del buddhismo, cioè l’insegnamento di base del buddhismo. Includerà la vita del Buddha, le Quattro Nobili Verità, il Nobile Ottuplice Sentiero, il karma, la rinascita, l’Origine interdipendente, le tre caratteristiche universali e l’insegnamento dei cinque aggregati. Prima di cominciare a trattare questi argomenti basilari, vorrei analizzare la nozione di buddhismo in una prospettiva moderna. Ci sono stati vari modi in cui la gente in epoche e culture diverse si è avvicinata al buddhismo, ma penso che sia particolarmente utile qui mettere a confronto l’atteggiamento moderno verso il buddhismo con quello tradizionale. Questo tipo di paragone può rivelarsi utile perché capire come persone di diverse epoche e culture abbiano visto un particolare fenomeno può mostrarci le limitazioni della nostra prospettiva particolare.
Il buddhismo ha suscitato un considerevole interesse in Occidente e ci sono molte personalità di rilievo nella società occidentale che sono buddhiste o simpatizzanti del buddhismo. L’esempio più chiaro di questa tendenza è l’affermazione attribuita al grande scienziato del ventesimo secolo, Albert Einstein, che se fosse stato un uomo religioso, cosa che non era, sarebbe stato buddhista. A prima vista può sembrare sorprendente che una tale affermazione sia stata fatta da uno che è considerato il padre della moderna scienza occidentale. Tuttavia se guardiamo più da vicino la società occidentale contemporanea, troviamo un astrofisico buddhista in Francia, uno psicologo buddhista in Italia e un famoso giudice in Inghilterra, anche lui buddhista. Anzi, non è azzardato dire che il buddhismo stia velocemente diventando la scelta favorita di molti occidentali appartenenti all’élite scientifica e artistica. Prima di passare ad analizzare le ragioni di ciò vorrei confrontare questa situazione con quella dei paesi e delle comunità tradizionalmente buddhiste, come ad esempio, quelle dell’Asia sud-orientale ed orientale.
In Europa e in America si ritiene che il pensiero buddhista sia particolarmente avanzato, rigorosamente razionale e raffinato. Quando per la prima volta andai nei paesi dell’Asia sud-orientale, devo ammettere che fu uno shock per me scoprire che molti in quei paesi considerano il buddhismo superato, irrazionale e vincolato ad antiquate superstizioni. Questo è uno dei due atteggiamenti che impedisce la giusta comprensione del buddhismo in tali comunità di tradizione buddhista. L’altro fraintendimento che affligge il buddhismo in queste comunità è il considerarlo un pensiero così profondo e astratto che nessuno lo può veramente capire. Forse è proprio l’arroganza intellettuale degli Occidentali che li ha salvati da una tale aberrazione. Insomma si può dire che l’atteggiamento mentale con cui l’Occidente e l’Oriente considerano il buddhismo sia diametralmente opposto. Per questo voglio cominciare il nostro studio del buddhismo considerandolo da due diverse prospettive.
In generale in Occidente, a livello superficiale, il buddhismo si presenta con un’immagine molto diversa da quella che prevale nelle comunità tradizionalmente buddhiste. Prima che esse possano veramente apprezzare gli insegnamenti del Buddha, queste comunità devono superare il loro atteggiamento sprezzante, in modo che dappertutto la gente acquisisca quella prospettiva equilibrata necessaria per avvicinarsi al buddhismo senza pregiudizi e malintesi. Perciò, questa mia introduzione al buddhismo è scritta non solo per gli Occidentali, ma anche per quelle persone dei paesi buddhisti , che si sono allontanate dalla loro religione per una serie di ragioni sociali e culturali. Naturalmente va detto che anche l’immagine che si ha del buddhismo in Occidente va in qualche modo ridimensionata. Spero perciò che dai capitoli che seguono, emerga una presentazione chiara e obiettiva delle varie tradizioni buddhiste.
Ora, per tornare all’atteggiamento occidentale verso il buddhismo, una delle prime caratteristiche che ce lo fa apprezzare è quella di non essere legato ad una cultura, cioè di non essere limitato ad una particolare società, razza o gruppo etnico. Ci sono delle religioni che sono legate a una specifica cultura: il giudaismo ne è un esempio, l’induismo un altro esempio. Il buddhismo non ha simili costrizioni. E questa è la ragione storica dello sviluppo di un buddhismo indiano, un buddhismo dello Sri Lanka, un buddhismo thailandese, un buddhismo birmano, un buddhismo cinese, un buddhismo giapponese, un buddhismo tibetano e così via. Non ho dubbi che in futuro vedremo emergere un buddhismo inglese, un buddhismo francese, un buddhismo italiano, un buddhismo americano e così via. Ciò è possibile proprio perché il buddhismo non è legato a una specifica cultura. Si muove facilmente da un contesto culturale ad un altro, perché pone più l’accento sulla pratica interiore che sulle forme e i comportamenti religiosi esterni. Si dà importanza a come il praticante sviluppa la propria mente piuttosto che a come si veste, a come mangia, al taglio dei capelli e così via.
L’altro punto che vorrei sottolineare è il pragmatismo del buddhismo, cioè il suo orientamento pratico. Il buddhismo si occupa di problemi pratici. Non è interessato a discussioni accademiche o a teorie metafisiche. L’approccio buddhista consiste nell’identificare un problema reale e risolverlo nel modo più pratico. Possiamo notare che questo atteggiamento è molto simile alla concezione occidentale utilitaristica e scientifica di risolvere i problemi. In breve, potremmo dire che l’approccio buddhista è contenuto nella massima: “Se funziona, usalo”. Questo atteggiamento è parte integrante della prassi moderna occidentale sia in campo politico che economico e scientifico.
Il pragmatismo buddhista è espresso molto bene nel Chulamalunkya Sutta, in cui il Buddha usa la parabola dell’uomo ferito da una freccia che, prima di lasciarsi estrarre la freccia, vuole sapere chi l’ha lanciata e da che direzione, se la punta è d’osso o di ferro e di che legno è fatta. Il Buddha paragona questo atteggiamento a quello di colui che vuol sapere, prima di iniziare a praticare una religione, l’origine dell’universo: se è eterno o no, se lo spazio è infinito o no, e così via. Gente così morirà certamente prima di aver potuto dare una risposta a queste domande inutili, così come morirà l’uomo della parabola prima di avere tutte le risposte che vuole sull’origine e la natura della freccia.
Questa storia illustra bene l’orientamento pratico del Buddha e del buddhismo. Ha molto da dirci su tutta l’intera questione delle priorità e sulle soluzioni scientifiche ai problemi. Non faremo molta strada sulla via della saggezza se porremo le domande sbagliate. E’ essenzialmente una questione di priorità. La priorità assoluta per tutti noi è la riduzione e infine l’eliminazione della sofferenza. Il Buddha riconobbe l’importanza di questo punto e quindi sottolineò la futilità di voler speculare sull’origine e la natura dell’universo, proprio perché tutti noi, come l’uomo della parabola, siamo stati colpiti da una freccia, la freccia della sofferenza.
Dobbiamo quindi fare domande che riguardino direttamente la rimozione della freccia della sofferenza e non perdere tempo prezioso in vane speculazioni. Possiamo esprimere questa idea molto semplicemente. Chiunque può rendersi conto che nella vita quotidiana si fanno continue scelte basate su delle priorità. Per esempio, supponiamo che stiate cucinando e che decidiate, mentre i fagioli bollono, di spolverare i mobili o scopare il pavimento. Mentre siete così occupati, sentite odore di bruciato: dovete quindi scegliere se continuare a spolverare o spazzare, oppure se andare a spegnere il fornello in modo da salvare la cena. Allo stesso modo, se vogliamo progredire nella saggezza , dobbiamo riconoscere chiaramente quali sono le nostre priorità. E’ un punto illustrato molto garbatamente nella parabola dell’uomo ferito.
Il terzo punto che vorrei discutere è l’insegnamento riguardo all’importanza di verificare la verità facendo ricorso alla propria esperienza personale. E’ un punto che il Buddha chiarisce in modo inequivocabile nel consiglio che dà ai kalama, riportato nel Kesaputtiya Sutta. I kalama erano una comunità di cittadini molto simile alla gente di oggi, esposta a varie, diverse e spesso opposte versioni della verità. I Kalama andarono dal Buddha e gli chiesero come dovevano giudicare la verità delle affermazioni, spesso in conflitto tra loro, esposte dai vari maestri spirituali. Il Buddha li consigliò di non accettare nulla solo sulla base di una presunta autorità, di non accettare nulla solo perché scritto nei testi sacri, né di accettare alcunché sulla base della pubblica opinione, né perché sembra ragionevole e neanche per rispetto verso il maestro. Arrivò fino al punto di consigliarli di non accettare neppure i suoi stessi insegnamenti, senza prima verificarne la verità attraverso la loro esperienza personale.
Il Buddha chiese ai Kalama di comprovare qualsiasi insegnamento alla luce della loro esperienza personale. Solo quando avessero capito da soli che certe cose erano dannose, avrebbero dovuto cercare di eliminarle. Viceversa, solo quando avessero capito da soli che certe cose erano benefiche, che portavano alla pace e alla tranquillità, avrebbero dovuto coltivarle. Anche noi dobbiamo giudicare la verità di ciò che ci viene insegnato alla luce della nostra esperienza personale.
Nel suo consiglio ai Kalama penso che si possa vedere chiaramente la dottrina del Buddha che insegna a basarsi su se stessi per giungere alla conoscenza. Dobbiamo usare la nostra mente come una specie di provetta personale. Tutti possono vedere da soli che quando c’è bramosia e rabbia nella mente, queste portano agitazione e sofferenza. Alla stessa stregua quando bramosia e rabbia non sono presenti nella mente, ne risulta calma e felicità. E’ un esperimento personale molto semplice che tutti noi possiamo fare. E’ molto importante verificare la validità degli insegnamenti alla luce della propria esperienza personale, perché l’insegnamento del Buddha sarà efficace e porterà un vero cambiamento nella nostra vita, solo se faremo noi personalmente questo esperimento, in modo che gli insegnamenti diventino parte di noi. Solo quando potremo verificare la verità degli insegnamenti del Buddha sulla base della nostra esperienza personale, saremo certi di progredire sulla via che porta all’eliminazione della sofferenza.
Anche qui possiamo vedere un’impressionante somiglianza tra gli insegnamenti del Buddha e l’approccio scientifico, nella ricerca della conoscenza. Il Buddha pose in rilievo l’importanza dell’osservazione obiettiva che, in un certo senso, è la chiave del metodo buddhista per giungere alla conoscenza. E’ l’osservazione obiettiva che rivela la prima delle Quattro Nobili Verità, la verità della sofferenza; è l’osservazione che dà la misura del progresso sul percorso della conoscenza; ed è sempre l’osservazione che conferma la realizzazione della completa cessazione della sofferenza. Quindi si può dire che il ruolo dell’osservazione è essenziale sia all’inizio e nel mezzo che alla fine della via buddhista verso la liberazione.
Ciò non è molto diverso dal ruolo che ha l’osservazione obiettiva nella tradizione scientifica occidentale. La tradizione scientifica insegna che quando osserviamo un fenomeno, dobbiamo prima formulare una teoria generale e poi una ipotesi specifica. La stessa procedura si applica nel caso delle Quattro Nobili Verità. Qui la teoria generale è che tutte le cose devono avere una causa, e l’ipotesi specifica è che la causa della sofferenza è la cupidigia e l’ignoranza (la seconda Nobile Verità). Tale ipotesi può essere verificata dal metodo sperimentale incorporato nei vari gradini dell’Ottuplice Nobile Sentiero. Attraverso questi gradini si può stabilire la veridicità della seconda Nobile Verità. Inoltre può essere verificata la realtà della terza Nobile Verità – la cessazione della sofferenza – perché coltivando il Nobile Sentiero la cupidigia e l’ignoranza vengono eliminate ed è raggiunta la suprema felicità del Nirvana. E, come per la pratica scientifica, così anche qui l’intero processo è ripetibile; infatti, non solo il Buddha ottenne la fine della sofferenza, ma vediamo che, storicamente, la ottennero anche tutti coloro che percorsero la sua via fino alla fine.
Quindi, quando osserviamo da vicino gli insegnamenti del Buddha, scopriamo che il suo approccio è molto simile a quello scientifico. Ciò ha naturalmente suscitato grande interesse verso il buddhismo da parte delle persone con una mentalità moderna. Ora possiamo capire la ragione per cui Einstein fece quell’affermazione che gli si attribuisce. La somiglianza di base tra l’approccio buddhista e quello della scienza diventerà ancora più chiaro quando esamineremo l’atteggiamento buddhista verso i fatti dell’esperienza che, come quello scientifico, è un atteggiamento analitico.
Secondo gli insegnamenti del Buddha, i dati dell’esperienza sono formati da due componenti: la componente obiettiva e la componente soggettiva; in altre parole sono le cose che percepiamo intorno a noi e noi stessi, soggetti della percezione.. Il buddhismo è noto da lungo tempo per il suo approccio analitico nei campi della filosofia e della psicologia. Questo significa che il Buddha analizzò i fatti dell’esperienza nelle sue varie componenti o fattori. Le componenti più basilari sono i cinque aggregati: forma, sensazione, percezione, volizione e coscienza. I cinque aggregati possono essere considerati anche sotto l’aspetto dei 18 elementi o – in una analisi ancora più elaborata – sotto l’aspetto di 72 fattori.
La procedura adottata è analitica in quanto frantuma i dati dell’esperienza nelle sue varie componenti. Il Buddha non si accontentò di un vago concetto di esperienza in generale; volle invece analizzare l’esperienza, investigarne l’essenza e frantumarla nelle sue componenti, come si potrebbe dividere il fenomeno “carro” nelle sue componenti: ruote, asse, struttura, ecc. Lo scopo di ciò è ottenere una più chiara idea di come funziona quel dato fenomeno. Quando per esempio guardiamo un fiore, ascoltiamo un brano musicale o andiamo a trovare un amico, tutte queste esperienze nascono come diretto risultato di una combinazione di elementi composti.
Questo è stato chiamato l’approccio analitico del buddhismo e di nuovo troviamo che non è affatto estraneo alla scienza moderna e alla filosofia. L’approccio analitico è molto usato nel campo scientifico, ma anche negli studi filosofici esso ha caratterizzato il pensiero di molti filosofi europei, e recentemente ad esempio, quello di Bertrand Russell. Sono stati condotti studi comparativi tra la sua filosofia analitica e gli insegnamenti del buddhismo primitivo. Risulta evidente che nella filosofia e scienza occidentali possiamo scoprire un forte parallelismo con il metodo analitico insegnato nella tradizione buddhista. Queste caratteristiche così familiari e riconoscibili hanno attratto verso la filosofia buddhista molti intellettuali e accademici occidentali. Anche i moderni psicologi sono profondamente interessati oggidì all’analisi buddhista dei vari fattori della coscienza: delle sensazioni, percezioni e volizioni. Sono sempre più numerosi quelli che si volgono all’antico insegnamento del Buddha per trarre da esso una maggiore comprensione della propria disciplina.
Questo crescente interesse per gli insegnamenti del Buddha, causato da tanti punti di affinità tra il pensiero buddhista e le maggiori correnti moderne della scienza, della psicologia e della filosofia, ha raggiunto il suo culmine nel XX secolo con le sorprendenti proposte avanzate dalla teoria della relatività e dalla fisica quantistica, che rappresentano il più recente sviluppo della scienza sperimentale e teorica. Di nuovo si può notare che non soltanto il Buddha ha anticipato i principali metodi scientifici (cioè osservazione, sperimentazione e analisi) ma che addirittura il buddhismo e la scienza coincidono pienamente sulle più dettagliate conclusioni riguardanti la natura dell’uomo e dell’universo.
Per esempio in Occidente è stata a lungo ignorata l’importanza della coscienza nel formare l’esperienza e solo ora viene riconosciuta. Poco tempo fa un famoso fisico osservò che l’universo potrebbe essere solo qualcosa come un immenso pensiero. Chiaramente questo coincide con l’insegnamento del Buddha, espresso nel Dhammapada, in cui si dice che la mente è la matrice di ogni cosa. Similmente, i più recenti sviluppi della moderna scienza sperimentale hanno confermato la relatività tra mente e materia, cioè hanno riconosciuto che non c’è una divisione netta tra mente e materia.
Di conseguenza gli scienziati, gli psicologi e i filosofi che operano nel contesto della cultura occidentale contemporanea, hanno trovato nel buddhismo una tradizione in armonia con i più basilari principi del pensiero occidentale. Inoltre essi trovano il buddhismo particolarmente interessante perché indica chiaramente la strada da percorrere per arrivare ad una trasformazione interiore, cosa che la scienza occidentale non ha saputo finora suggerire, sebbene i metodi principali e le conclusioni della tradizione scientifica occidentale siano spesso molto simili a quelle del buddhismo. Anche se la scienza ci ha insegnato a costruire città migliori, autostrade, fabbriche e fattorie, non ci ha però insegnato a costruire gente migliore. Ecco perché nel mondo contemporaneo, molti si volgono al buddhismo, un’antica filosofia che ha molte caratteristiche in comune con la tradizione scientifica occidentale, ma che va oltre il materialismo dell’Occidente, oltre le limitazione della scienza applicata, così come la conosciamo oggi.